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Io non sono un critico, non sono un filologo e spesso non sono neanche molto arguto; sono uno scribacchino, però, sono un ventenne, sono influenzato senza rendermene troppo conto dai miei gusti – immagino – e soprattutto sono un essere umano con dei sentimenti, delle emozioni e probabilmente anche delle pulsioni – e quando come essere umano e non-critico e ventenne ascolto una canzone o leggo un libro, so dire se quella canzone o quel libro mi piacciono oppure no. Banalmente, la letteratura – e con “letteratura” intendo qualunque cosa, dalla poesia al testo teatrale e dalla canzone al romanzo –, la letteratura funziona in questo modo: un autore scrive, un lettore legge e se quel lettore trova se stesso in ciò che ha letto allora quell’autore gli piacerà[1] – e con “se stesso” non intendo solamente quando l’autore dice una cosa in cui il lettore può riconoscersi senza scampo; dico anche una storia che piace in quanto semplice storia, o una storia per come è scritta (per esempio un bel racconto fantastico pieno di orchi e fate). Detto questo, quindi, fra tutti gli scrittori, i poeti o i cantautori che ho conosciuto – e fra tutti quelli dentro questi che mi sono piaciuti perché mi hanno parlato davvero e mi hanno anche spiegato meglio di quanto potessi capire da solo come sono fatto – Brunori Sas è in cima alla piramide[2].
Premessa: uno degli altri autori in cima a questa metaforica piramide è Foster Wallace. Foster Wallace disse una cosa, una volta, che per me – in quanto lettore e scribacchino – è una specie di mantra; disse, testualmente, che la letteratura si occupa di cosa vuol dire essere un cazzo di essere umano. Quando spiegò il significato della frase, più o meno, spiegò che la letteratura deve toccare le persone in certi posti segreti del loro animo in cui nessuno era mai riuscito neppure a entrare – sto parafrasando –, e che deve far notare a queste persone cose che avevano già notato ma mai in quel modo lì. Ora, la seconda parte sul notare eccetera eccetera era originariamente riferita all’ironia, ma fa lo stesso, penso che possa riassumere comunque molto bene quella che per me è una delle funzioni della letteratura[3]: occuparsi di cosa vuol dire essere un cazzo di essere umano toccando le persone in posti segreti del loro animo facendo notare loro cose che forse avevano già notato ma mai in quel modo lì[4]. Brunori Sas riesce a farlo, lo fa meglio di altri e soprattutto lo fa quasi perfettamente[5].

Quando scrivo e quando leggo, quindi, la prima cosa che cerco è la suggestione, ovvero un giro di parole, una frase, un brano, una descrizione – qualunque cosa –, che mi faccia sentire come quando il carrello delle montagne russe è in cima alla salita e sta per scendere, quando lo stomaco si svuota, il salto mozza il respiro e per un attimo sembra di volare. Mi rendo conto che “la suggestione” è molto vago, non ha molto senso e okay le montagne russe, ma potrebbe voler dire tutto e niente, no?, se consideriamo che io sulle montagne russe non ci sono neanche mai salito… diciamo allora che la suggestione è quando l’autore mi fa notare una cosa che avevo o non avevo già notato come se fosse la prima volta e facendolo tocca qualcosa dentro di me – potrebbe anche essere l’aria del mio stomaco –, e toccando questa cosa la prenda e la strapazza come vuole – potrebbe, per esempio, far volare quell’aria fuori dalla mia gola mozzandomi il respiro –, e strapazzandola la maciulla, la sballotta e mi fa sentire come in volo. Forse, a volte, la chiamano anche epifania[6].
Intermezzo: quando scrivo, ovviamente, cerco sempre di creare scene che nell’ipotetico lettore suscitino la stessa suggestione che proverei io se leggessi quelle scene scritte da terzi – dopotutto, se una suggestione vale per me non vedo perché non dovrebbe valere anche per qualcun altro. Questo è per dire che con quello che seguirà cercherò non tanto di imporre la mia visione – o meglio, in realtà sì –, quanto piuttosto mi piacerebbe spiegare quali sono le cose che Brunori Sas mi ha fatto notare meglio e con le quali mi ha toccato, e di riflesso farle quindi notare anche a chi legge – e magari toccare animi finora insondati.

 

 

 

La viglia di Natale
(ho scelto questa canzone perché fra tutte quelle di Brunori è la mia preferita – e lo è ovviamente perché è quella con più suggestioni).
Nota a margine: uno dei tanti motivi[8] per cui adoro Brunori è la sua poesia, cioè l’uso che fa delle parole e il modo in cui le dispone – per esempio riesce a parlare di cose molto tristi, malinconiche, intimissime e private con una sensibilità elegante che non scade mai nel banale o nel cliché; anzi, a quest’incredibile sensibilità riesce sempre a mischiare anche un’ironia intelligente mai pesante o esagerata (quando addirittura non alterna senza sbavature in uno stesso album un brano sulla perdita di una persona amata e una specie di stornello ridanciano e divertente). Il suo modo di scrivere, insomma, è esso stesso una suggestione.

Versi 1-4:
Quest’anno a Natale volevo scappare/ non ero più un grado di sopportare/ mia moglie che puzzava di brodo vegetale/ e il cane che pisciava sui fogli di giornale.

Già nei primi quattro versi c’è quasi tutto quello che mi piace di Brunori, come per esempio la malinconia e la tristezza che diventano ancora più pesanti se inserite in questo quadro di vita famigliare che, in teoria, dovrebbe essere sereno e tranquillo – la classica vita da italiano medio, padre di famiglia e marito. Questa tristezza e questa malinconia vengono acuite – tramite un paradosso, in realtà – dal fatto che è Natale: solitamente a Natale si è tutti più buoni, c’è la neve, ci sono le luci, le carole, i regali, si sta tutti insieme… invece Brunori è abile nel ribaltare il luogo comune e restituire un quadro famigliare natalizio triste, e per di più cancellando appunto la tipica idea di padre, madre e figli felici; anzi, come in altre sue canzoni preferisce quasi parlare di famiglie che sembrava ce l’avessero fatta e poi invece no – padre che perde il lavoro, madre che deve badare ai figli, la crisi che sommerge in un certo senso le loro povere vite medie… Oltretutto – come dicevo – usa un’ironia elegante ma non invadente (mia moglie che puzzava di brodo vegetale) che anzi, seguendo il paradosso iniziale, sottolinea ancor di più la mestizia della scena.

 

Versi 5-8:
È che spesso a Natale mi viene il magone/ con le luci, il presepe e tutte quelle persone/ con i pacchi dei regali, con le facce tutte uguali/ col boccone sempre in bocca come un branco di maiali.

Finalmente Brunori spiega perché la scena natalizia è triste; anzi, fa notare una cosa già notata ma mai in questo modo: dice che il Natale ha anche un suo lato oscuro, a volerlo vedere – o se non proprio oscuro allora in penombra –, e spiega che sì, è bello il pranzo con tutta la famiglia, però se a guardarlo non fossero i commensali ma il padre di famiglia depresso, magari, o anche un osservatore super-esterno, allora la cosa non sarebbe poi tanto diversa da un branco di maiali che mangiano. Un’altra suggestione potentissima, poi – che almeno a me personalmente fa notare come Brunori mi stava facendo notare una cosa che avevo già notato –, è quel spesso a Natale mi viene il magone/ con le luci; una cosa, cioè, che ho sempre pensato – ho sempre trovato le luminarie un po’ tristi, in un certo senso, un po’ malinconiche, anche –, ma di cui non mi ero mai accorto davvero prima che Brunori me lo spiegasse così bene.

 

Versi 9-10:
E pensare com’era bella questa notte 30 anni fa/ alla luce di un’altra stella, alla luce di un’altra età.

Ogni volta che ascolto questi due versi piango. Funziona in questo modo: il primo livello è la storia della canzone, ovvero di questo tizio che a Natale si sente depresso per motivi vari – probabilmente perché è triste di suo in un periodo che dovrebbe essere allegro ma che in realtà non lo è, e questa sua tristezza personale gli fa capire come anche il periodo più felice dell’anno nasconda un lato malinconico e quindi come forse anche tutta la vita lo nasconda, e intuendo questa grande e solipsistica verità diventa ancora più triste di quello che è già e forse capisce anche per quale motivo è così triste di suo –, si sente depresso, dicevo, e ripensa a una sera di Natale di trent’anni prima in cui era felice, perché trent’anni prima era più giovane e quindi anche più spensierato e pieno di speranze per il futuro. Il secondo livello, tuttavia, è quello che i due versi suggeriscono a me – è la suggestione –, e quello che mi suggeriscono è ciò che i portoghesi chiamano saudade; in sostanza, quindi, ogni volta che ascolto queste parole provo una vaga sensazione di nostalgia per il futuro[9] con cui mi immagino a cinquant’anni mentre triste ripenso a questi anni qui in cui ero felice delle mie notti di Natale spensierate, e poi penso anche che in realtà io non ho mai passato notti così e quindi comincio a provare anche una vaga sensazione di malinconia per il presente che non sto vivendo… e mi intristisco perché rimpiango un giorno che non esiste in cui rimpiango una cosa che non c’è stata. Se ci si pensa – e si esclude che mi faccio non delle seghe ma degli interi film porno mentali –, è una suggestione potentissima.

 

Versi 11-14:
E continuo a sognare con la casa sul mare/ con la spiaggia e una barca per andare a pescare/ qualche pesce tropicale o vecchie storie marinare/ di stelle cadenti che diventano lampare.

In questi quattro versi il protagonista della canzone spiega perché quella notte di trent’anni fa era così bella: dice che aveva dei sogni e la speranza di poterli realizzare, elenca quali erano – questi sogni – e fa intuire che finché li ha avuti e ha avuto la speranza di realizzarli è stato anche vagamente e forse illusoriamente felice.
Il fatto che citi le lampare, poi, mi ha sempre fatto venire in mente Caruso di Lucio Dalla – ma il motivo per cui mi viene in mente è buffo, malato e perverso. Ora, siccome Caruso è una delle prime canzoni che ho scoperto e imparato da piccolo, mentre Dalla diceva lampare io pensavo sempre a chissà cosa, mi sembrava una parola così strana e musicale che mi piaceva anche se non ne conoscevo il significato… quando poi da “grande” ho scoperto che le lampare sono solo le lampade che i pescatori usano per illuminare il mare di notte, però, mi è crollato addosso il mondo, ci sono rimasto male almeno finché non ho pensato che dopotutto era bello se delle semplici lampade avevano un nome così esotico – e se oltretutto comparivano nella canzone di Dalla al posto delle luci d’America; se Caruso, guardando il mare e pensando all’America (che per un italiano in quegli anni là era come la terra promessa), confonde le luci di New York con delle misere lampade da pescatori. Quello che voglio dire, insomma, è che Brunori non poteva saperlo, quando ha scelto lampare, che io penso sempre a Lucio Dalla, ma la verità è questa – e anzi oltre a quella scena penso anche a quand’ero piccolo e felice come il protagonista a vent’anni mentre ascoltavo Caruso e penso pure ai sogni infranti e alle illusioni delle persone[10]. È una super-suggestione.

 

Versi 15-18:
Ma di mare qui c’è solo questa stupida insalata/ ennesima portata dell’ennesimo cenone/ e farfalle col salmone, lo spumante e il panettone/ i ragazzi improfumati in attesa del veglione.

Con un unico gioco stilistico niente male Brunori collega l’estate all’inverno, il mare dei versi precedenti alle festività natalizie e finisce di descrivere lo stato d’animo del protagonista: i sogni che aveva da giovane, infatti – la casa sul mare, la barca… –, si sono definitivamente infranti, non esistono più, finché erano realizzabili è stato felice nell’illusione di poterli raggiungere ma ora tutto ciò che rimane di loro è solo questa stupida insalata[11]; e sottolinea questo passaggio – e ancora una volta la tristezza nascosta delle feste – usando – questo è importate – i luoghi comuni. Ora, io sono una specie di fan dei luoghi comuni, perché quando si tratta di dover far notare qualcosa a qualcuno che questi aveva già notato non c’è niente di meglio di un bel luogo comune – perché ci sono ben poche probabilità che questa persona non avesse mai visto una cosa sotto gli occhi di tutti, e gestendo bene la situazione senza cadere nel cliché si può aprire un ventaglio di possibili suggestioni pressoché infinito. Le farfalle col salmone, per esempio, sono banalissime – sono il tipico piatto da cenone –, Brunori lo sa e le usa quindi per farci notare molto bene la tristezza del protagonista nel suo climax; usa un luogo comune che tutti sappiamo e ce lo mostra in una maniera diversa, sotto una certa luce nuova, obbligandoci a pensare una cosa che conoscevamo già nel modo in cui vuole lui per capire un determinato concetto – e se per caso non ci eravamo mai accorti che le farfalle col salmone sono tipiche dei cenoni o delle feste ecco che ora Brunori ce lo fa notare, noi diciamo “ah!, è vero” e dopo averlo detto ci sembra così stupido non essercene mai accorti prima, pensiamo a come sia stato possibile, a come abbiamo potuto…
Insomma, Brunori usa il luogo comune e noi ci accorgiamo di cose che sapevamo esistere – che dovevano essere sotto i nostri occhi da sempre – ma che per quale arcano e oscuro motivo non avevamo mai notato davvero – e lo fa usando ancora quella sottile ironia che si diceva, perché le farfalle col salmone strappano sempre un sorriso (almeno per aver apprezzato il passaggio da “mare” a “insalata di mare” a “salmone”).

 

Versi 19-20
E pensare com’eri bella, quella notte vent’anni fa/ quella notte di luna piena, solo d’ingenuità.

Con un altro gesto stilistico molto elegante Brunori riprende i versi di prima che mi avevano fatto così piangere e sostituendo solamente due-tre parole aumenta il colpo suggestivo di almeno mille volte; in particolare usa com’eri bella, quella e vent’anni fa per dire che il protagonista sta scendendo sempre di più nel baratro delle rimembranze, sta ricordando ora una donna che forse non è neppure sua moglie – una morosa di gioventù? – e ricordandola pensa a com’era ingenuamente bella, rimpiange cioè tutta la sua vita e tutti gli anni sprecati nella convinzione che sarebbero durati per sempre – e dico la verità: per come Brunori canta queste due parole, la suggestione è ancora più potente[12]. Infine, pensando a com’era bella quella donna, il protagonista si intristisce ancora di più e io con lui; io, che già da qualche verso sono colpito ripetutamente dalla saudade, ora vengo bastonato dalla saudade, vessato dalla saudade, torturato dalla saudade – finché dei miei resti non rimane che la polvere.

 

Versi 21-24:
Cosa rimane? Mogli, figli, fantasie/ forse è il momento di andare, corri! e scappa via…/ ma poi ti fermi un secondo e rimani così/ a pensare che il peggio è passato, ad un passo da qui.

Questi versi – e i prossimi – sono i versi finali della canzone, ma forse più del resto – più di questi ricordi terribili e più di queste nostalgie per il futuro – mi colpiscono e mi intristiscono; sicuramente, dopo essermi identificato col protagonista nei due versi precedenti e dopo aver condiviso il suo dolore con lui – grazie alle suggestioni –, ora posso seguire la conclusione provando anche compassione per quest’uomo. Questi versi sono la logica conseguenza dei mesti pensieri precedenti: il protagonista dice okay, c’era un tempo in cui ero felice e avevo un sacco di sogni ma ora quel tempo non c’è più, il tempo è passato e di tutto quello che sognavo sono rimaste solo le fantasie, sono rimasti i miei figli e mia moglie, quindi forse dovrei andarmene via, dovrei scappare, no?, fuggire… Ma poi il protagonista si ferma, guarda sua moglie, guarda i suoi figli e dice anche okay, il tempo è passato, è vero, queste feste mi hanno reso ancora più triste di quello che ero già perché la mia tristezza mi ha fatto capire come anche il periodo più felice dell’anno abbia in realtà delle ombre però – però –, però ho una moglie, ho dei figli, non è che la mia vita sia tutto uno schifo, dopotutto, e poi il peggio è passato, sono ancora vivo, la mia famiglia ha bisogno di me, io sono qui a tavola con loro… forse va tutto bene?

 

Versi 25-28:
Quest’anno a Natale volevo morire/ poi ho visto l’orario e sono andato a dormire/ ho spento la luce e la stella cometa/ finite le feste mi metterò a dieta.

Però non poteva finire bene, la canzone, perché non è un film di Hugh Grant dove lui fa incazzare lei, lei lo molla e poi lui la riconquista e vivono per sempre felici e contenti; no, questa è la vita vera, e il protagonista è depresso, sta male e vorrebbe morire ma non può farlo, non può farlo perché la sua famiglia ha bisogno di lui, perché magari non è tutto da buttare e in fondo ha comunque una bella vita, o almeno ha ancora le fantasie o le ombre delle fantasie che aveva un tempo con cui consolarsi – insomma, l’unica cosa rimasta da fare è semplicemente rassegnarsi. Ho sempre trovato molto autentico questo finale perché ho sempre pensato che una persona, nella sua vita, se mai dovesse sentirsi un giorno come il protagonista della canzone, probabilmente come il protagonista si comporterebbe: magari desidererà anche morire, okay, ma poi penserebbe pure che ha una moglie e dei figli, che li ama, che per loro deve sopravvivere, perché chi li aiuterebbe?, chi li crescerebbe?, e le udienze?, e le vacanze?, e i prossimi Natali?, e loro come si sentiranno?; sostanzialmente questo padre di famiglia scende a compromessi, silenzia la sua tristezza per sacrificarsi come ha sacrificato per tutta la sua vita i suoi sogni e se per tutta la canzone ha rimpianto questi sacrifici ora si rende conto che non può più neanche permettersi quel lusso, perché appunto la sua famiglia ha bisogno di lui. Il protagonista guarda l’orario, è tardi, è l’anno nuovo, le feste hanno raddoppiato la sua tristezza ma ormai sono finite, spegne la luce, si rassegna e torna a dormire[13].

 


 

[1] La cosa curiosa è che sia il lettore che l’autore sono anch’essi esseri umani, e sia l’uno che l’altro, probabilmente, sono stati spinti a leggere e a scrivere per soddisfare una qualche pulsione, o per esorcizzare qualche sentimento.

[2] Potrei aggiungerci tranquillamente Woody Allen, De Gregori e (per certi versi) anche Bolaño.

[3] Cioè cosa in un libro serve perché quel libro mi piaccia (e non solo un libro, ma anche una canzone o un film).

[4] Continuo: e facendo notare determinate cose dare una visione senz’altro narcisista ed egocentrica del mondo, ma anche indubbiamente una visione vera, perché soggettiva di una persona autentica con cui essere d’accordo o meno (e da quella visione adorata o odiata partire per riflettere sulle cose e provare a capirle). 

[5] In realtà quando dico che lo fa meglio di altri lo dico proporzionalmente, nel senso che considerando il numero di canzoni che ha scritto (circa quaranta) in rapporto alle volte in cui ho trovato qualcosa di me dentro queste, la percentuale è più alta rispetto a (che ne so) De Gregori (che sì mi ha sempre parlato tanto, ma spesso perdo quello che mi dice nel numero spropositato di canzoni che ha scritto e in cui non trovo niente).

[6] Esempio: Del tipo che è timidissimo e nervosissimo in tua presenza ma si sforza di sembrare schietto, spontaneo ed estroverso ma siccome non ci riesce è uno strazio per tutti. Questa frase, tratta da Il re pallido di Foster Wallace, è un esempio di suggestione: io so* (sapevo) di essere timido, ma non sapevo spiegare bene tutti i meccanismi della mia timidezza; un giorno, poi, leggendo il libro, mi ritrovo questa frase sotto gli occhi e penso “cazzo, sono io”. Ora, è chiaro che questo brano non riassume tutti i meccanismi della mia timidezza (o della timidezza in generale), ma intanto mi ha aiutato a chiarirne almeno un aspetto (e a farmi amare Wallace ancora di più, perché mi ha parlato).
*Prima dico quanto sono egocentrico e narcisista e poi quanto sono timido, so che sembra un controsenso e che fa ridere ma in realtà è perfettamente logico: Essere timidi significa sostanzialmente essere talmente concentrati su e stessi che diventa difficile stare in compagnia della gente. Per esempio, se passo del tempo con te, non riesco neanche a capire se mi stai simpatico o antipatico, perché sono troppo occupato a chiedermi se io sto simpatico a te (sempre Wallace, ovviamente); insomma, essere timidi significa essere anche egocentrici, e la scrittura è un buon modo per essere spontanei ed estroversi (leggasi “narcisisti”) senza esporsi troppo.

[7] Vedi Nota 4.

[8] Ci sarebbe da fare anche un altro discorso, ovvero quello che lega Brunori alla nostra “epoca”. La farò breve: sempre Wallace, discutendo di letteratura alta e cultura pop, disse che era impossibile per lui, nato dopo la televisione, non scrivere di prodotti di massa (erano gli anni ’90… oggi questa cosa è stata decisamente “sdoganata”), perché inserire un quiz a premi in un racconto non era voler fare il “figo” o essere alla moda, quanto invece descrivere il mondo reale in cui letteralmente viveva. Ora, Brunori è un cantautore contemporaneo, e la contemporaneità è sostanzialmente l’Era della Cultura Pop, quindi lui fa quello che Wallace aveva in un certo senso “profetizzato”: nelle sue canzoni si parla del Pulcino Pio e del Biancosarti, dell’Ikea e dell’Esselunga, di Fellini e di Mastroianni, cita Chopin, Edgar Alla Poe e Nino Strano… Questo mi piace molto, perché parla del suo mondo che è anche il mio mondo, e so quindi quali coordinate seguire (e sapendo dove sto andando mi posso godere il panorama senza preoccuparmi della strada).

[9] Fondamentalmente non esiste una traduzione per saudade (e probabilmente neppure un sentimento non-portoghese che la descriva). Diciamo che “nostalgia per il futuro” è una buona improvvisazione.

[10] Pensò alle notti là in America/ ma erano solo le lampare.

[11] In realtà io avevo “capito” questo già da prima, dalle lampare.

[12] E l’uso di quella al posto di questa è significativo. Nei primi versi il protagonista ancora non si era reso conto di essere rimasto senza più sogni, speranze e illusioni, ancora stava solo ricordando la sua giovinezza e quindi usare questa voleva dire “la notte di Natale di trent’anni fa non se n’è andata del tutto”; questo, dopotutto, è un deittico di vicinanza, indica una cosa che è qui, vicino a me che parlo. Ma quella, quella è un deittico di lontananza, quella notte di vent’anni fa vuol dire la notte che è laggiù, persa per sempre insieme ai sogni, le speranze e le illusioni, vuol dire che quella notte non è più e non sarà mai più vicino a me che parlo.

[13] Tra le altre cose la suggestione sul finale mi ricorda i racconti di Carver, che sembrano essere sempre sul punto di esplodere in qualche colpo di scena incredibile e allucinante ma che poi alla fine finiscono sempre nel nulla (e ti rendi improvvisamente conto che quella sensazione di predestinazione micro-apocalittica in realtà era solo un’illusione; pensavi tu, lettore, che sarebbe accaduto qualcosa, perché in qualche modo ti sembrava inconcepibile che il racconto si comportasse come la vita vera, con un inizio, uno svolgimento e un interruzione ad un certo punto, ti sembrava assurdo che poi i personaggi continuassero tranquillamente le loro grigie esistenze senza colpi di scena particolari).

Qualche informazione su Alessandro Mambelli

Sono nato a Cesena nel 1997. Dopo aver frequentato il liceo scientifico ho capito che la mia vera vocazione era un’altra, così ho cominciato a scrivere e a frequentare Lettere Moderne a Bologna. I miei “maestri spirituali” sono David Foster Wallace, Roberto Bolaño e Neil Gaiman.

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