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Camilla aveva appena compiuto trent’anni ed era felice. Aveva curato ogni tassello della sua vita. Un marito che amava, una casa in città, un lavoro soddisfacente, pochi amici preziosi. Appena poteva si metteva in viaggio e le bandierine dei luoghi visitati sulla mappa nel primo cassetto del comodino aumentavano di anno in anno. Era riuscita anche a rattoppare qualche ferita profonda e a collezionare piccole conquiste quotidiane: respirare con il diaframma a yoga, andare al lavoro in bicicletta, superare l’esame del primo anno di arabo. Per la prima volta non aveva obiettivi da raggiungere se non quello di proteggere questo equilibrio.

Per festeggiare Camilla aveva invitato un’amica a cena “Devo portare anche Cecilia, non posso lasciarla dai nonni, ma non cucinarle niente, ci penso io”.

Così Fulvia le comunicava che per la prima volta avrebbe avuto come ospite una bambina. Era strano, non aveva neanche un bicchiere di plastica per la piccola, uno di quelli fluorescenti in cui le amiche mamme le servivano la birra tiepida “Non ti scoccia vero? Guarda non puoi capire” le dicevano mentre lei pensava che quei bicchieri, in casa sua, non sarebbero mai entrati. Ma fu più semplice del previsto e la serata passò tranquilla. Poi Nicolò – suo marito – accompagnò Cecilia a vedere i treni sul balcone. Camilla aveva trovato una piccola boccetta di bolle di sapone in un armadio e le diede a Cecilia, non pensando che, a tre anni, i bambini devono ancora imparare a soffiarsi il naso da soli, figurarsi soffiare le bolle.

Mentre chiacchierava con Fulvia sul divano, Camilla si mise a sbirciare dalla finestra verso il balcone, per vedere come mai Nicolò e Cecilia non tornassero.

“Ecco Cecilia, mettiamo il bastoncino nella boccetta e ora soffiamo forte, vedrai che magia”. Era Nicolò che teneva la manina di Cecilia e le insegnava a fare le bolle. Ancora oggi, a distanza di quattro anni, per Cecilia Nicolò è Nicolò-delle-bolle pronunciato come una parola unica.

“Certo che sarebbe un bellissimo papà” si sorprese a pensare Camilla. Vide il suo trolley trasformarsi in un passeggino, chiuse la finestra di scatto, quasi a voler lasciar quel pensiero e riprese a chiacchierare.

A 18 anni, quando qualcuno le chiedeva “Come ti vedi a trent’anni?” rispondeva: “In un attico a New York, con un posacenere pieno di sigarette e un libro da consegnare all’editore sulla scrivania. Sola, senza un compagno, senza figli. Sembrerò a tutti triste, ma io sarò felice”.

Gli anni a seguire furono un susseguirsi di disattese di quella diciottenne. Non fumava nemmeno più in casa. E nessuno pensava che fosse triste. Di quella frase restavano due certezze: era felice e non aveva figli.

Ma sarà per la cifra tonda dell’ultimo compleanno, le amiche felici con le birre tiepide nei bicchieri di plastica, Nicolò-delle-bolle, quelle due certezze iniziarono a scricchiolare.

Ne parlò a Stefania, una delle poche coetanee che conosceva che era rimasta la Stefania di sempre nonostante fosse mamma. Stefania era psicologa, forse per quello non le aveva mai dato un consiglio. O forse perché era una delle amiche più care.

“Sai cos’è la cosa più bella di essere mamma? È che ti abbassi per vedere la foglia che hai appena detto di non toccare a tua figlia e da lì vedi il mondo. È come vederlo per la prima volta. Provoca lo stesso stupore della barriera corallina del Belize. Pensavo che la maternità mi avrebbe tenuta ferma, invece è viaggiare e crescere ogni giorno”.

Camilla desiderò di vedere il mondo accovacciata, con una foglia in mano. Era come se Stefania le avesse svelato cosa c’era in fondo ai bicchieri di plastica fluorescenti. Desiderò essere mamma.  Tenne quel segreto per cullarlo, ascoltarlo. Una domenica, fermi nel traffico, ne parlò con Nicolò. Camilla trovò strano che in quell’ora in cui la macchina non si mosse di un centimetro si raccontassero un lunghissimo viaggio in solitaria. A Nicolò le bolle avevano fatto ricordare un pensiero lontano. “A me invece piacerebbe avere dei figli e non vorrei vivere a New York” aveva risposto a Camilla diciottenne.

Non ne avevano più parlato e ora si ritrovavano con la stessa curiosità di vedersi mamma e papà. Dirlo, ad alta voce, sembrò già una conquista. Passarono mesi da quella serata nel traffico. Non passarono paure, ripensamenti, paura di aver paura. E alla ventunesima pillola del blister capitava un imprevisto. “Hai fatto il vaccino per il morbillo, vero? Fallo prima di smettere la pillola” le scriveva l’amico medico. “Le prescrivo l’acido folico, ma se ha appena preso l’antimalarico io le suggerisco di proseguire con la pillola almeno un altro mese” le disse la ginecologa. Finché quella ventunesima pillola arrivò. La guardava, e guardava Nicolò. In fondo, non poteva scegliere di essere madre. Poteva solo scegliere di permettere una possibilità. Buttò la ricetta ripetibile. Era felice. La sollevava l’idea che la sua scelta era lasciare al caso, invece di programmare. “Non sono ancora mamma, eppure sento di aver già imparato qualcosa” diceva a Stefania. Non disse nulla di quel cambio di rotta nella sua vita. Non alla madre, non alla suocera, non alla nonna. “Che poi, se non succede ci rimangono male, meglio che mi pensino ancora come prima”.

Passarono tre anni da quella ventunesima pillola. Camilla e Nicolò non ne parlavano più. “Forse non ho mai voluto figli perché sapevo di non poterne avere e perché non sarei riuscita a smettere di fumare”. Disse a Nicolò mentre spegneva la sigaretta prima di entrare in casa, con un test di gravidanza in borsa per il mattino dopo.

Quella fu la sua ultima sigaretta. Non bevve mai la birra in un bicchiere di plastica fluorescente. Ne comprò uno giallo però e, dopo qualche anno, uno verde.

Qualche informazione su Ilaria

piedi per terra e testa fra le nuvole

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