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“Me ne vado per la mia strada. In fin dei conti, io sono un’artista.”

Gabriel Garcia Marquez, “La incredibile e triste storia della candida Erendira e della sua nonna snaturata”

 

Io e te siamo un mi e un si bemolle, mi, si bemolle, mi, si bemolle… potresti passare tutta la vita a suonare solo queste due note, costruendoci attorno una musica infinita. Io l’ho fatto, tanti anni fa, il capodanno del 2086 davanti a quella piccola pianola per bambini che avevamo comprato al mercatino di Arezzo – non so se te la ricordi quella piccola pianola rossa e gialla che avevo portato nella casa in montagna per non averla sempre davanti agli occhi sempre a farmi ricordare di te –, vorrei dirti di quella sera quando mi ci sedetti davanti come sedendomi su una panchina a Parigi trent’anni dopo essermi seduto su quella stessa panchina, quando mi tornasti in mente limpida come se fossi seduta vicino a me in quella sera che tu sai (ti piaceva così tanto, Joyce, che a pensarci ora mi vien da ridere); vorrei dirti che cominciai a suonare come facevamo un tempo – mi, si bemolle, mi, si bemolle – e che suonai per tutta la notte e forse anche oltre, perché avevo voglia di piangere e suonare e di parlarti.

 

Il pianista entrò lentamente in teatro seguito dalle code del suo frac, elegantissimo e circospetto – sembrava più un pinguino pronto per un discorso di insediamento presidenziale che il pianista più grande e indiscutibilmente più bravo del mondo –; attraversò titubante il palco da dietro la tenda rossa del sipario fino al meraviglioso pianoforte a coda di legno nero; e come un bambino alla recita scolastica di fine anno terrorizzato di non essere apprezzato o all’altezza delle aspettative si sedette sullo sgabello in pelle – lì per lui come una specie di asse fra i relitti di un naufragio (fortunatamente, nessuno si sarebbe mai potuto stancare della sua musica nonostante il ripetitivo repertorio, e pur di ascoltarlo erano disposti alla sua timidezza).

 

Il pianoforte a coda l’aveva costruito un artigiano del legno duecento anni prima su commissione di un piccolo signorotto locale. Un giorno un ragazzotto figlio di un servo si sedette e cominciò a srotolare per terra una collana di perle di musica, come l’avesse rubata dal comò della madre per giocarci – sembrava andasse a prendere la pioggia goccia a goccia dal cielo e la buttasse con furia sul parquet, consumato dai mille piedi dei mille balli eseguiti con eleganza e magnificenza negli anni. Suonava così forte, e così leggermente, che il lampadario tremò e una candela cadde sopra alla tastiera senza fare rumore: il ragazzo, che era molto religioso, lo prese come il segno che Dio non riusciva più a sopportare la troppa musica; il signorotto, invece, che in Dio non credeva, lo prese come il segno che quel ragazzo era un genio, e così gli regalò il pianoforte. Il ragazzo, però, che oltre ad essere religioso era anche molto povero, vendette il pianoforte ad un teatro per farci qualche soldo e nel teatro da sempre era rimasto.

 

Il pianista regolò il seggiolino per due o tre minuti – alto, basso, alto, alto, basso, alto, un po’ più in basso, perfetto –, si tirò su le maniche del frac con un gesto un po’ grezzo e volgare – come dovesse sollevare una bacinella piena d’acqua – e appoggiò le stesse sulle ginocchia, drizzando la schiena – il pubblico cominciò a trattenere il fiato come se anche loro partecipassero al naufragio, ma senza assi a cui aggrapparsi –; poi, senza muoversi, con gli occhi spalancati che osservavano forse il cordone d’orato del sipario o forse il sipario – o forse addirittura si spingevano oltre le quinte, immaginando il mondo esterno –, cominciò a suonare.

 

Joyce me lo leggevi sempre quando ero malato sotto le coperte, dopo avermi preparato il brodino, e non so perché ora che sono qui seduto davanti a questo pianoforte che nella mia fantasia da bambino somiglia ad una piccola pianola rossa e gialla stia pensando a te, a quel capodanno e a Joyce, dopotutto sono passati cinquant’anni tu eri scomparsa ancora dalla mia mente come scompaiono le impronte su una spiaggia accarezzata dal mare – mi, si bemolle, mi, si bemolle –; ma ecco che su quella spiaggia un gabbiano urla contro chissà cosa e io alzo la testa, dimenticando per un attimo i miei piedi scalzi che lasciano impronte caduche e sottili, e lo guardo, lo guardo planare sopra le onde – mi, si bemolle, mi si bemolle –, e ti vedo, sospesa nella foschia del mattino, bella come un tempo.
E di quella o questa o quell’altra musica – mi, si bemolle, mi, si bemolle – ricordo tutto – mi, si bemolle –, ricordo quella sera mentre io la composi e ricordo te al mio fianco che sorridevi e mi guardavi – mi, si bemolle, mi, si bemolle –, e ricordo che suonasti con me – mi – e che suonammo tutta la notte – si bemolle. Ed ora sono qui, a teatro, cinquant’anni dopo e lontano una vita intera da tutto questo – mi, si bemolle –, eppure ricordo tutto come se fosse ieri – mi, si bemolle –, ricordo quella notte e ricordo le tue mani – mi, si bemolle –, ricordo me stesso che suonavo e ricordo me stesso che suono – mi, si bemolle –, e ricordo che non mi dimenticherò mai più – mi, si bemolle –, mai più. Mi – sì, sorrido – bemolle.

 

Il pianista, dopo un tempo indefinito e lunghissimo, abbandonò la posizione; le sue braccia erano intorpidite e scocciate perché erano state ferme senza suonare neppure una nota per tutto il tempo, ma il pubblico si alzò in piedi in uno scrosciante e sentito applauso ininterrotto – che ricordava molto la musica del ragazzo, tanti anni prima, che scrosciava come pioggia sul parquet debolmente illuminato di un grande salone.
Il pianista si alzò dalla sua asse del naufragio e si mise davanti al pianoforte, fece un leggero inchino per guardare i chiodi del pavimento e poi, consumatosi l’applauso, si rimise dritto; tutti quanti, come in una recita preparata, si risiedettero in silenzio giusto in tempo per vederlo uscire seguito dal suo enorme frac nel rosso del sipario e nel nero della notte.

 

È davvero difficile fare concerti oggigiorno quando tutte le musiche possibili sono già state suonate e ogni nota è una mera ripetizione di note già raccontate, e ogni brano è silenzioso come tutti gli altri. Forse era meglio nascere poveri e duecento anni fa ma almeno far bussare Dio con la scopa sul soffitto per il troppo casino, o al limite far ballare Joyce sulle note rosse e gialle di una piccola pianola scassata.

Qualche informazione su Alessandro Mambelli

Sono nato a Cesena nel 1997. Dopo aver frequentato il liceo scientifico ho capito che la mia vera vocazione era un’altra, così ho cominciato a scrivere e a frequentare Lettere Moderne a Bologna. I miei “maestri spirituali” sono David Foster Wallace, Roberto Bolaño e Neil Gaiman.

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