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Prologo

Apro gli occhi, e non so da quanto li tenevo chiusi.

Sento di nuovo la neve sulla mia pelle, e il freddo entrarmi in profondità; il cappotto che ho indosso è zuppo.
Non ricordo cosa mi è successo: forse riesco appena a focalizzare l’attenzione su un fenomeno sconvolgente che è accaduto davanti ai miei occhi, e che probabilmente mi ha accecato e stordito.

Sento il nitrito di un cavallo, alla mia destra.
Mi volto.
È un bel cavallo bianco, che corre via come se avesse il diavolo alle calcagna. Assieme a lui stanno correndo via anche dei soldati, con fucili in mano e la paura stampata sui loro volti.
A terra cappelli da ufficiale ed elmetti da soldato semplice.
Il mio primo istinto è quello di vedere da cosa stiano scappando, ma proprio in quel momento sento uno sferragliare metallico alle tue spalle.
Udendolo mi fanno male le orecchie.
E sento la strana sensazione che quel rumore metallico voglia dire “pericolo”.

E che la mia vita sia appesa a un filo…

Atto primo

Istintivamente cerco di alzarmi, ma le mie gambe sono intorpidite dal freddo. Sollevo la testa e con orrore osservo l’essere che si dirige verso di me: un gigantesco coleottero meccanico, dalle tonalità blu-violacee, che si avvicina sbattendo le ali a gran velocità. Preso dal panico, comincio a strisciare sulla neve mentre il freddo mi brucia la pelle, attraverso i vestiti.
Il rumore metallico diventa più forte, mi trafigge il cranio e penetra nella mia testa… all’improvviso, come se avesse cambiato frequenza, assume contorni più definiti, suoni più intellegibili.
Mi fermo. Sulla neve ho lasciato una scia di un liquido metallizzato, dello stesso colore dello strano essere. Mi tocco il viso: è ghiacciato e ha una strana consistenza. Il liquido fuoriesce dal mio orecchio sinistro. Il mostro si ferma a pochi metri da me.
“Ben trovato, esperimento X313”. La voce è dentro la mia testa.

Atto secondo

Un brivido percorre la mia schiena, e so con certezza assoluta che non è il freddo a provocarlo.
Sento un urlo disumano, e impiego qualche secondo a rendermi conto che sono io ad emetterlo; un suono assurdo, inquietante, del tutto simile a quello emesso dal coleottero pochi istanti prima. La mia mente si rifiuta di accettare quello che ha iniziato ad intuire.
La voce nella mia testa si è spenta, ma quell’essere non ha bisogno di parole per spiegarsi: una serie di immagini si susseguono una dopo l’altra davanti ai miei occhi, un film in 3D che mi paralizza.
La pace della mia stanza. Un boato nella notte, il terrore sul volto di mia moglie. La mia città distrutta, gli invasori per le strade, la leva forzata.
Il ghigno sghembo di un medico in una sala operatoria. Infine, il buio.
Lo sento di nuovo, stavolta la voce ha una nota dolce, quasi suadente.
“E’ arrivato il tuo turno, X313. La mia guardia è finita”.

Atto terzo

Comincio a pensare (cosa è un pensiero?) Fotogrammi di immagini si compongono e scompongono continuamente nel mio cervello, ricordi, flash di sangue organico e di componenti chimici sembrano fare parte di me e dei miei ricordi.

Ricordo perfettamente l’irruzione degli alieni nella mia casa, mia moglie e i miei figli smembrati dai raggi laser davanti ai miei occhi e io, io perché sono qui ora? Soprattutto dove è QUI?
X312 mi sollecita di nuovo “Tocca a te, io devo andare al ripristino”
Altre immagini si sovrappongono. Davanti a me una battaglia, dietro di me, in un angolo della mia testa (ma ho una testa?) altro. Mi vedo sdraiato su un tavolo di una sala operatoria con tanti macchinari sconosciuti intorno a me.
Sono, ero uno scrittore.

Atto quarto

Ancora flash dal passato a farmi male. Il silenzio rotto dalle dita che battono sui tasti. La macchina da scrivere ed un bicchiere di Rum. Quel gusto vellutato nella gola. Mi sembra di sentirlo per un attimo ancora, poi il sapore acido della bava blu prende nuovamente il suo posto nel palato. Un foglio scritto per metà. Il romanzo che avrebbe cambiato la vita della mia famiglia, ambientato durante la prima guerra spaziale. Le voci giulive dei bambini e quella di Margaret che mi invita ad accendere la televisione. Edizione straordinaria. Un’enorme nube si è materializzata nel cielo di Vancouver. Gas tossico rilasciato da un’industria chimica, dicevano all’inizio. Smentite e congetture. E ancora edizioni su edizioni fino a quando tutte le telecomunicazioni di ogni tipologia sono state interrotte, poco prima dei boati. Interrotti sono ancora i miei pensieri. X313, X313 gracchia qualcosa.

Atto quinto

“Ti sei incantato di nuovo. Male”.
X312 ha ragione: se mi fermo a pensare al passato, non avrò un futuro. Non che lo voglia, dopo quello che mi è successo. Nessuno può volere un futuro, dopo una cosa del genere, ma se c’è una cosa buona nel condizionamento mentale dell’addestramento è che sviluppa l’istinto di sopravvivenza.
Così guardo il coleottero meccanico, mentre il mio respiro appanna l’interno dell’elmo. Il coleottero, sì, e ha già stermiato parte degli ussari attorn…
Ussari? Oh, Dio, quelli del reparto simulazioni sono davvero dei malati…
Ora basta. Punto il cannone laser verso il coleottero, dispiego le ali, sento l’adrenalina andare e venire fra il mio corpo e l’armatura… e mi lancio all’attacco.

Atto sesto

Faccio fuoco e il coleottero esplode, mi ricopro di un liquido viscido che mi impedisce i movimenti e corrode la mia armatura, a contatto con la pelle brucia. Fatico a respirare e la testa mi scoppia, è come se l’elmo stringesse sempre di più il mio capo. Non respiro e dalla disperazione mi levo la maschera e inalo aria e insieme ad essa il gas tossico rilasciato poco prima. I polmoni mi bruciano e la vista si appanna. Ma non era una simulazione? Il mio corpo è percosso da spasmi, le mie membra e le ali si irrigidiscono. Cado a terra. Dalla mia bocca fuoriesce lo stesso liquido dell’orecchio, è viscoso e insapore…
Ma dove sono? Cosa sta accadendo?
Nella mia mente risuona ancora la stessa voce “X313…X313…X313…”

Atto settimo

Perdo i sensi e cado in un buio senza fondo. Il gas ha pervaso il mio corpo e lo ha reso immobile, ma la mia mente è ancora stranamente vigile. Non sento, non vedo ma penso. Come un radar continuo a sondare ogni traccia di pensiero. Devo, devo ricordare.
Improvvisamente un bagliore.
“Invasione aliena”, “313 sopravvissuti”, “deportazione umana”, “cavie da esperimento” “simulazione” ogni parola ritrova violentemente la giusta collocazione nel mosaico dei ricordi.
Il flusso è inarrestabile e dai contorni sempre più nitidi, stelle che rischiarano la notte della mia mente.
È giunta l’alba, devo riuscire a svegliarmi. Devo… salvarli.

Atto ottavo

Avverto un sibilo digitale, poi un calore sconosciuto accendersi in petto. Qualcosa dentro di me si è azionato, ora posso muovermi, posso riaprire gli occhi. Gradualmente la neve evapora in un vortice multicolore che mi innalza verso un chiarissimo bagliore.
Mi rialzo, improvvisamente la mia vista è nitida, mai stata così nitida; respiro a fatica, sento il liquido viscoso imperlarmi il viso e vedo innumerevoli macchinari intorno a me.
Il tavolo operatorio sul quale mi sono alzato è freddo, il mio petto è illuminato.
Scendendo dal tavolo, ammiro raccapricciato le file dei 312 cavie distese nei loro sepolcri di metallo.
“Congratulazioni, esperimento X313”. La voce è fuori dalla mia testa.

Conclusione

“Molto, molto, molto bene…”.

L’uomo in camice bianco mi guarda, sorridente. E’ stanco quanto me… fra la preparazione all’intervento e la sessione stessa dovrà aver passato almeno dodici ore in sala operatoria, osservandomi mentre rimanevo immobile e attaccato a tubi e sonde.

Comincio a provare dolore…

“Il nostro X313 è riuscito laddove altri hanno fallito…” ghigna, rilassato. Fa qualche passo avanti. Verso di me. “Benissimo, benissimo davvero…”.

Il suo sorriso è soddisfatto. Ha vinto la sua partita, l’ha vinta del tutto… e gli frutterà miliardi.

“Quest’anno sarà davvero un bel Natale, per tutti noi dell’azienda! Battletech Deluxe sarà il nostro prodotto di punta… la più completa simulazione di emozioni umane mai prodotta da una software house… e un videogioco di successo… tutto è andato secondo i piani!”

“Dottore, sarebbe una stupidaggine prenderci in giro!” fa l’assistente, sospirando. “Andiamo, signore, troppi elementi discordanti… gli alieni, i mech steampunk, la moglie… buona parte dei dati raccolti saranno fallati dal disorientamento del soggetto…”.

“Lei ha una mente troppo razionale per questo progetto, Ferron. La coerenza narrativa non ci serviva. Necessitavamo di dati tratti da un soggetto in condizioni estreme. E li abbiamo avuti. Paura, stordimento, senso di perdita… la tecnologia Battletech riesce a simulare qualsiasi tipo di sentimento umano…”

“Insisto, comunque, per una controprova! Se simuliamo tutti questi sentimenti in una condizione di coerenza narrativa, nella quale l’intelligenza artificiale che sovrintende il videogioco possa interagire con la struttura logica del racconto, avremo molti più dati contestualizzati…”.

Sono una cavia.

La cavia di una multinazionale che spaccia videogiochi sotto Natale.

“Allora, Omar?” sussurra di nuovo il mio capo, sospirando. “Sei pronto?”.

Lo guardo per qualche istante, forse mostrandogli il mio disprezzo. Voglio che se ne ricordi per tutta la vita. E’ la mia rivincita morale. E lui lo sa.

Poi poggio di nuovo il capo sul cuscino, mentre l’infermiere accende di nuovo il macchinario.

Chiudo gli occhi.

Davanti a me c’è la neve.

Credits

Atto uno: Alba Grazioli

Atto due: Naemerys

Atto tre: Lady Sheldon

Atto quattro: Inverosimilmente

Atto cinque: Fabio Antinucci

Atto sei: ElisaCo90

Atto sette: Lidia Verdone

Atto otto: Ivano Petrucci 

 

Grazie a tutti per la partecipazione, l’immaginazione che avete speso e l’entusiasmo!

Appuntamento al prossimo gioco!

[Voti: 1    Media Voto: 5/5]

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