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Era una bellissima giornata e il mare ci attendeva. Avevo preparato tutto l’occorrente per il picnic, indossai il costume da bagno e finalmente salii in auto insieme ai ragazzi, Albert e Ilenia. I gemelli ormai adolescenti mi facevano sentire ancora più giovane.

L’unico neo era lui, mio marito che partiva ogni settimana per lavoro e stava via 3 o 4 giorni. La mia serenità era intaccata dal sospetto che avesse una relazione.

Quel dubbio ormai era diventato un tarlo che rovinava le giornate a tutti, ragazzi compresi. Ma quella mattina avevo messo al bando tutte le ansie, volevo divertirmi.

Arrivati al mare ci avvicinammo allo stabilimento balneare a pochi metri dal bagnasciuga. Non vedevo l’ora di immergermi in quell’acqua cristallina che mi aveva sempre intimorito. Avevo preso lezioni di nuoto e ora mi sentivo più sicura. Avvicinandomi all’acqua l’inquietudine mi prese sempre più insistente. Non volevo ascoltarla e mi bagnai i piedi. Fu in quel momento che mi mancò il respiro e persi conoscenza.

I ragazzi mi portarono nel lettino da spiaggia e chiamarono la guardia medica che constatò un piccolo colpo di calore. Più tardi pensai che non fosse il caldo la causa del malore. Alle nove del mattino era ancora fresco nonostante fossimo in luglio.

Ci riprovai la settimana dopo, ma appena vedevo il mare ricomparivano le vertigini e il fiato corto. Passavano le settimane e la mia vita sembrava caduta in un baratro di cui non vedevo il fondo. Avevo degli attacchi di panico, ansia per nessun motivo e l’insonnia che mi assaliva.

Dimagrivo a vista d’occhio e mio marito insistette per portarmi dal medico.

Non avevo nulla di patologico, solo un’ansia generalizzata che dovevo curare con degli psicofarmaci.

Non mi andava, ma capitolai e dopo sei mesi l’ansia era peggiorata, le terapie non funzionavano.

La mia vita era crollata. Mi sembrava di essere parte di un sogno, invischiata in qualcosa che non mi lasciava andare. Non riuscivo più ad andare al mare, anche se lo amavo tanto. Mi mancava tremendamente. Ogni volta che vedevo la distesa d’acqua il panico mi serrava la gola e mi pareva di morire.

Erano già passati due anni da quella fatidica giornata al mare, quando ebbi il primo attacco. Ormai ero l’ombra di me stessa, non uscivo neppure per andare a far la spesa. Avevo paura degli spazi aperti, avevo paura di tutto. I miei figli erano disperati, mio marito ormai stava per chiedere il divorzio.  Gli mancavo e ne ero consapevole.

La frustrazione di non potere far nulla contro questa maledizione mi deprimeva ancora di più.

Una mattina squillò il telefono. Era mia sorella che con voce entusiasta mi propose di andare a fare una seduta psicologica da una sua amica. L’aveva conosciuta da pochi mesi, aveva scoperto che era una psicologa e le aveva parlato di me.

Mi spiegò come lavorava Francesca. La regressione nelle vite precedenti aveva curato molte persone: Mi misi a ridere stancamente. Acconsentii solo per farle piacere ormai non credevo più a nulla.

La sera stessa andammo nello studio di Francesca, lasciando mia sorella nel salottino ci spostammo in una sala piena di divani e cuscini. I colori pastello e le linee morbide avrebbero dovuto infondere serenità ma io li guardai appena.

“Accomodati Piera. Mettiti comoda.” Francesca intanto metteva su della musica rilassante, in quel momento c’era la risacca del mare. Cominciai a sentirmi nervosa.

Balbettai qualcosa, ma il sorriso di Francesca così solare e la sua mano che mi invitava a sdraiarmi, mi distolsero per un po’ dall’ansia che stava montando.

Mi sdraiai sul divano che mi sembrava più adatto a me. Era azzurro come il mare e i cuscini erano morbidi come nuvole.

Il rumore delle onde cedette il passo alla pioggia scrosciante. Pensai che volesse proprio mettermi alla prova, i rumori dell’acqua mi tenevano in tensione.

Francesca cominciò a parlarmi con voce calda e accattivante.

“Immagina di stare in un prato verde, sei seduta in una panchina e respiri lentamente. Senti i profumi che ti circondano. Ora guardati intorno. La luce del sole è soffusa, ti rilassa.”

“Lentamente pace e serenità si impadroniscono del mio corpo.

Sento la voce di Francesca che mi guida. Il petto si solleva al ritmo della voce calma e rassicurante. Il suo tono musicale sembra impadronirsi della mia mente.

Distolgo l’attenzione dal blu delle tende. Chiudo gli occhi, le palpebre sono pesanti. La voce di Francesca che mi impartisce i comandi sembra provenire da molto lontano.

Riporto la concentrazione sul mio corpo, Francesca mi dice che sto in cima ad una scala. Ormai è quasi finita.

Mi dice di sprofondare nei cuscini del divano, poi mi guida con voce calma e profonda giù per quella scala che sembra infinita.

Il buio mi circonda ma vedo davanti un puntino luminoso. Non ho paura, mi sento rilassata. Sento un odore che non riesco a riconoscere. Altri gradini.

Scendo ancora verso la mia anima, dentro il mio inconscio nascosto.

Schiocco di dita: Francesca mi dice che sono arrivata e posso guardarmi intorno.

Apro gli occhi. Mi trovo in strada, una puzza di fogna ed escrementi mi invade le narici.

Dove sono? E’ notte, non riesco a riconoscere nulla.

I ciottoli con cui è realizzato il pavimento stradale sono tondi e sporchi.

Mi guardo i piedi e li vedo nudi. Il freddo invade le mie ossa, la mia carne, tremo. Mi guardo le mani, sono sporche e ferite.

La consapevolezza che sono un ragazzo di vent’anni arriva di colpo e mi sconvolge.

Sono un ragazzo.

Le mie gambe sembrano di piombo, ma cerco di andare avanti. Voglio scoprire di più.

Una voce al mio fianco mi chiama. Bartholomew.

Ecco, mi chiamo così. Che strano nome.

Mi giro, è una donna di mezza età vestita di stracci sporchi,  mi tira il braccio e mi dice di fare in fretta, altrimenti ne pagherò le conseguenze.

Mi trovo sul bordo di un pontile in pietra, la strada acciottolata ha lasciato il posto al molo.

Guardo intorno a me… E scopro dove sono. E’ incredibile, quella è la Tower Bridge di Londra. È ancora in costruzione ma è riconoscibile.

Stanno attirando la mia attenzione. Arriva un uomo alto e grasso, con il panciotto da

Lord, e una cipolla agganciata ai bottoni.

Ma non è un Lord, ci si atteggia ma è sporco e con la barba lunga; sa di frittura stantia e cipolle marce.

Sta urlando verso di me, mi dice che per colpa mia la chiatta sarebbe partita in ritardo.

Dovevo portare un sacco pieno di carbone ma ho fatto una sosta per bere.

Mi guardo la spalla destra, ho un sacco di iuta sporca e unta appeso alle mie spalle. La fila di altri ragazzi ingobbiti sotto il peso del carbone mi precede di alcuni metri, non sono così in ritardo.

Arrivo alla passerella che collega il pontile con la chiatta. Mi strappano la sacca dalle mani e mi danno uno spintone.

Finisco nel fiume e annaspo, l’acqua mi entra in gola, nel naso, in bocca.

Riemergo respirando a bocca aperta, ma torno giù e bevo, l’angoscia mi paralizza. Cerco di urlare ma non posso. Ho la bocca e la gola piena di quell’acqua nera e puzzolente.  Qualcuno mi afferra e mi riporta sulla banchina, è un ragazzo. Cerca di scuotermi e farmi uscire l’acqua dal naso o dai polmoni. Io rinvengo quel tanto che basta per dirgli grazie.

Poi sento la mia vita scivolare via dolorosamente, il fuoco mi brucia il petto. Non voglio morire sono disperato. Non sapevo che morire era così doloroso. Avevo visto mia nonna morire. Lei aveva il sorriso sulle labbra mentre mi diceva di star tranquillo che sarebbe andato tutto bene. Sarebbe stato bello morire così.

Il dolore mi prende ai polmoni, strabuzzo gli occhi e tutto si fa buio.”

Uno schiocco di dita mi riporta alla realtà. Mi sveglio serena, nonostante abbia vissuto la mia morte in una vita precedente a questa.

Francesca mi sorride, mi tiro su con i gomiti e cerco di parlare, ma è come se avessi ancora dell’acqua in bocca. La guardo confusa.

“Tranquilla, entro pochi secondi passerà.” Si fa raccontare quello che ho sognato e mi ascolta in silenzio. Vedo il suo sguardo attento a tutto quello che dico.

“Ora hai capito perché arriva il panico quando vedi il mare?”

“Sì. Ma come mai prima di quel giorno non avevo mai accusato nulla di tutto ciò?”

“Nulla arriva per caso. In quel momento tu eri pronta. La tua coscienza si è risvegliata portandoti un gradino più su nella consapevolezza.”

“Possibile che sia vero, non potrebbe essere stato un sogno?” Chiedo incredula.

“Come potrebbe essere un sogno?” Sorrido e anch’io penso che non avrei mai potuto fare un sogno del genere. Sono del tutto priva di fantasia.

“Una volta scoperta la vita precedente sei assorbita completamente in un attento esame dell’esperienza alla scoperta degli insegnamenti che la vita stessa, o il tuo Io, ti vogliono comunicare. Il risultato dato dalle sedute, porta ai miei pazienti non solo a risolvere le fobie di cui soffrono ma li porta a un alto livello di coscienza che non conoscevano. È il caso di dire che l’anima si risveglia aggiungendo saggezza alla mente cosciente.”

Esco dalla sala completamente frastornata ma leggera e serena. Mi sembrava che il sacco pieno di carbone che avevo sulle spalle si era disintegrato e al suo posto era comparsa la leggerezza del fanciullo. Credo di non averne mai avuta. Ero convinta di essere felice nella mia vita di moglie e madre. Non mi ero mai resa conto che c’era dell’altro. Vivevo nel mio piccolo mondo egoista e povero di sentimenti d’amore per me.

Arrivata a casa mi sedetti sulla poltrona e fissai il vuoto per ore. Quell’esperienza mi aveva cambiato, non guardavo più la mia casa con indifferenza e senza dargli il giusto valore. Ora il mio sguardo vedeva la fatica e le preoccupazioni di mio marito quando il lavoro diminuiva mentre io passavo le giornate a ciondolare in palestra o a chiacchierare con le mie amiche. Provavo la tristezza e la stanchezza di mio marito celata da un sorriso mentre partiva per lavoro. Ora sapevo che voleva stare con me ma io non l’avevo capito. Il risveglio sul quel divano per me era un nuovo inizio.

La mia vita aveva un nuovo sapore. Il sapore della consapevolezza.

Qualche informazione su RitaPinna

Mamma, blogger e imprenditrice mi piace catturare le immagini della natura e scrivere fantasy. Adopero il cucinare come metodo di meditazione e rilassamento. la mia fantasia va oltre ogni immaginazione e la innaffio con tanto buon caffè.

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