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15) Il cavalier senza vessilli percorreva sentieri tranquilli, in cui la neve sulla pietra, un velo soffice poneva. Non pareva patir il freddo, metteva un piede dopo l’altro; dove andava, il sole guardava curioso, e mai perdeva fascino per quel cavaliere. Fu su quella montagna gentile che incontrò un pellegrino assai ostile: vesti da guerra, un martello di acciaio cupo, sguardo avido ma poco astuto

“Dammi il tuo oro, dammi il tuo acciaio, dammi ogni cosa di valore che possiedi, e forse la vita ti lascio”

il cavaliere lo guardò severo “Da quanto depredi pellegrini su queste vette dai bianchi pini?”

in un ghigno il brigante rispose “Ho perso il conto, poco importa, più tesori nella mia scorta”

Il cavaliere fece di amarezza una smorfia, estrasse la sua arma, una lama rossa e d’oro che sa fare il suo lavoro. Il sole vedendo quella meraviglia la baciò e un mantello di fuoco le donò. Il brigante sbigottito per un momento ne rimase atterrito, ma l’avidità prevalse “con quella lama sarò temuto, il più grande guerriero conosciuto”; così martello cupo e lingua infuocata si scontrarono, facendo cantare l’acciaio, ad ogni colpo piangeva, ma il sole rimaneva. Non ci volle molto e martello cupo sfinito cadde a terra con il suo padrone. Fu allora che il cavaliere sentì per la prima volta un brivido lungo la schiena, e alle spalle una belva ridendo come un iena “Mi diletta la tua vittoria, ora sul tuo nemico infierisci, che commetta altri mostruosi atti impedisci” il cavaliere non ci pensò un istante, rinfoderò la spada e la lingua si spense.

“Non capisci, vogliamo la medesima cosa”

“Dici il falso” rispose il cavaliere

“Non sei forse tu a risparmiare un uomo che si diletta a derubare? Finisci il lavoro, è meglio sì, che nessuno più soffra per un uomo così” il cavaliere sembrò ignorare la fera e la sua attenzione pose sul brigante battuto.

“non farò ciò che fare a me volesti per questo ti lascerò anche le vesti, ma vai altrove, qui più non tornare, in questa vita c’è di meglio che rubare” e senza attender risposta continuò il suo viaggio solitario.

La belva d’ombra lo seguì, sotto lo sguardo del sole

“Sei ancora in tempo, metti fine al tormento, con un colpo secco non soffrirà e salverai la vita a chiunque in futuro passerà di là!”

“Forse non mi sono spiegato, io e te siam diversi, sarà meglio che lo accettiamo”

la belva ringhio’ “In cosa differisco in te proprio non capisco; il tuo stesso obbiettivo ho alla fine come ho detto”

“Dici il falso” ripeté il cavaliere “ma supponiamo che tu non stia mentendo, assai diversi rimarremmo”

“Illuminami dunque?” gorgogliò dal ventre la belva

E il cavaliere si voltò per guardarla senza timore “Tu lo avresti ucciso, avrebbe potuto cambiare oppure no, la vita è fatta di sbagli e secondi tentativi, non cambierai le cose se non mostri che è possibile. Ho dato fiducia a chi non conoscevo, a chi mi ha attaccato, a chi mi avrebbe derubato e a molti sembrerà avventato. Questo è il punto; la differenza è che tu hai mollato con loro” disse il cavaliere allargando le braccia indicando il mondo intero “io non potrei mai farlo a queste persone” sorrise infine sincero, e la belva scocciata lo lasciò alla sua solitaria camminata.

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