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Silvia infila il suo vestito a fiori preferito, prende la borsa di tela poggiata sul divano, ci infila dentro la custodia degli occhiali da sole, un fermaglio per i capelli e l’ultimo libro di Banana Yoshimoto. Le sue sneakers sono decise a portarla al parco, dove trascorrere un pomeriggio in compagnia delle pagine. Non vuole avere contatti con altri esseri umani oggi, dopo la mattinata infernale che ha trascorso in ufficio. Il massimo che è disposta a tollerare sono le voci lontane dei bambini che giocano e degli universitari che affogano nelle risale le ansie per il prossimo esame.

Scende le scale del palazzo, deserte, e apre il portone. Con il suo appartamento è stato amore a prima vista. Ha amato fin dal primo istante quella posizione allo stesso tempo centrale e defilata. Forse perché si sentiva anche lei un po’ così: voleva dire la sua, lasciare una traccia nel mondo, ma odiava essere al centro dell’attenzione. Così, quella stradina stretta e a senso unico a pochi passi dalla piazza più bella della città l’ha conquistata senza sforzo.

Mentre cammina verso il parco vede passare un taxi. Da bambina si divertiva a fantasticare sulle persone che incrociava per strada. Dove stavano andando? Come si chiamavano? Cosa li divertiva e cosa invece detestavano? Aveva fatto talmente tante volte questo esercizio che appena le era tornato in mente aveva costruito una storia sui passeggeri del taxi. Erano una coppia di turisti tedeschi, arrivati per la prima volta in città. Sarebbero rimasti per il fine settimana, prima di proseguire il viaggio verso sud. Stavano andando a visitare la cattedrale, erano rimasti estasiati dalle immagini che avevano visto. Poi si sarebbero fermati a mangiare nella taverna lì vicino, avrebbero scelto una selezione dei piatti tipici senza riuscire a comunicare bene con i camerieri. A fine serata, si sarebbero concessi una passeggiata romantica, prima di tornare in hotel.

Lei invece di ritorno il parco voleva strafogarsi di gelato. Un cono gigante con cannella e caffè. Con doppia dose di panna montata. Al diavolo la dieta. Al diavolo Nicolò. Al diavolo i gusti musicali dei vicini. Al diavolo il capufficio. Al diavolo chi quella mattina al bar aveva scelto l’ultima brioche con le noci. Aveva dovuto ripiegare sulla brioche al miele. E lei detestava il miele quasi quanto detestasse le verze. Era quasi certa che fosse un segno del destino. Era come se il destino le stesse dicendo: “Ehi Silvia, guarda, mi dispiace tanto ma oggi sarà tosta. Occhi ben aperti, non farti mettere i bastoni tra le ruote e para i colpi! Ah, volevo anche dirti che se fossi arrivata due minuti prima avresti trovato la tua brioche preferita. Come dici? Hai perso tempo perché non ricordavi dove avevi lasciato il telefono perché ieri sera eri un po’ alticcia dopo aver trascorso la serata al pub con le amiche ed eri sicura fosse sopra alla scrivania e invece era chiuso nell’armadio vicino al golfino azzurro che indossavi e che avevi riposto perfettamente piegato? Che vuoi farci, certi giorni vanno così. Mi raccomando, in guardia!”.

Nel frattempo era arrivata al parco, il suo rifugio preferito nei momenti no. La panchina dove aveva letto gran parte di Guerra e pace era occupata da due carinissimi anziani. Bisticciavano, ridevano, si punzecchiavano e si guardavano con occhi innamorati. Qualche metro più in là c’era una panchina libera. Si siede e nota un libro abbandonato: Il mondo di Sofia. Si guarda intorno, non c’è nessuno nei paraggi.

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