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Beatrice addenta un altro biscotto, lo fa sovrappensiero.
Non ha ancora visto che è l’ultimo della scatola.
Una di quelle scatole di latta che piacciono tanto alle nonne, dentro di solito ci mettono le cose per il cucito.
Sta cercando di finire la ricerca di scienze, ha scelto i vulcani, l’argomento più semplice.

Si è sentita molto furba quando l’insegnante ha dato a lei la possibilità di scegliere per prima.
Sì, furba, come se lo avesse spinto lei a dire il suo nome per primo.
Sei proprio una scema.
Lo pensa davvero della sua insegnate, lo pensa di molti suoi compagni.
Io invece no che non lo sono.
Se lo ripete spesso, con convinzione. Ha iniziato all’età di sette anni, quando la maestra le ha detto che le bambine sciocche non vanno da nessuna parte.
A meno che non siano carine.

La strana relazione tra l’essere carina e averla vinta l’avrebbe conosciuta solo l’anno dopo, con Rebecca.
Era il pesce d’aprile e Beatrice aveva voglia di fare qualche scherzo.
Le prudevano le mani dalla smania.
Così per tutta l’ora di matematica aveva progettato lo scherzo del secolo: nell’ora di ginnastica sarebbe tornata nello spogliatoio con una scusa. Avrebbe riempito le scarpe di Rebecca con del pongo, lo avrebbe pigiato bene fino in fondo, così non si sarebbe potuta infilare le scarpe.
Il gioco stava nel riuscirle a rubare le altre, quelle con cui aveva fatto ginnastica.
Rebecca sarebbe tornata a casa scalza.

Nel ripensare a quel momento, Beatrice si mette a ridere proprio come allora.
Una risata trattenuta, nasale.
Se non fosse stata così carina lo scherzo sarebbe riuscito.

Aveva spinto una buona dose di pongo blu scuro nella punta. Sarebbe stato impossibile per Rebecca infilarci il piede.
Al ritorno dall’ora di fisica era pure riuscita a prenderle le scarpe mentre si era voltata a parlare con un’altra compagna.
Con un gesto fulmineo, aveva fatto cadere sulle scarpe di Rebecca il suo asciugamano. Nel raccoglierlo, aveva tirato su anche le scarpe. Che aveva poi nascosto nella sua sacca.
A quel punto si era messa seduta ad aspettare, con il labbro inferiore sotto i denti, nel tentativo di trattenere le risate.

Dopo un tempo che sembrava interminabile, finalmente Rebecca stava per infilarsi le scarpe.
Prese la scarpa sinistra, e niente, il piede non entrava.
Rebecca ci guardo dentro, non vedendo nulla ci riprovò.
Beatrice stava diventando sempre più rossa.
-Ma perché non entri…-, Rebecca parlava al suo piede, ridicola.
A quel punto, però, decise di infilarci la mano.
Brutta stupida, così rovini tutto.
Nel tirare fuori le dita, Rebecca si ritrovò del pongo blu sotto le piccole unghie.
-Ma cos’è?- lo disse quasi schifata, ma dopo aver grattato di nuovo il fondo della punta si rese conto che quello era pongo. -Del pongo?
Le compagne nel frattempo si erano radunate intorno a lei, alcune con espressioni disgustate altre incuriosite e altre divertite.
A Beatrice, invece, stava montando la rabbia.
-Hai rovinato lo scherzo! Quanto sei scema!-, con la sua voce stridula si era messa a urlare contro Rebecca, che la guardava smarrita.
-Cosa? Ma che dici?
-Tu mi hai rovinato il pesce di aprile, sei una stupida e ti odio!-, nel dirlo Beatrice sentì l’istinto di volerle tirare e strappare via uno dei codini.
Con il viso tutto accartocciato dalla rabbia, prese uno dei codini e lo tirò più forte che riuscì.
Rebecca cacciò un urlo spaventoso, altre compagne si misero a gridare, una corsa dalla maestra e Beatrice venne messa in punizione: cinque intervalli passati da sola in aula.

Se la ricorda ancora la sensazione provata nel guardare gli altri fuori in cortile, mentre lei se ne doveva stare in aula da sola.
Era stato meraviglioso.
Finalmente aveva avuto tutto il tempo per pianificare qualcosa di più divertente.
Rebecca doveva pagarla, sarebbe dovuta stare al gioco questa volta.

Da allora sono passati sei anni, e ora Beatrice si stupisce di quanto fosse infantile al tempo.
Ora sono in prima liceo, le cose vanno fatte in grande. Non posso farmi mettere i piedi in testa da quelli più grandi.
Al terzo anno c’è una ragazza che assomiglia tanto a Rebecca.
Non nell’aspetto, nei modi.
È carina con tutti, socievole, simpatica.
È così falsa, una bugiarda. Perché ostinarsi a essere tanto carini? Con tutti poi. Che troia.
Si chiama Sara, fa la 3°C e conosce una della compagne di Beatrice.
Ogni tanto passa a salutarla. Lo fa solo per farsi vedere, perché è più grande e vuole essere guardata da noi matricole come fosse un angelo caduto in terra. Una troia, l’ho detto.

La ricerca sui vulcani è finita.
Tre paragrafi li ha presi da Wikipedia, per fare prima, tanto non le serve sapere tutte quelle cose sui vulcani.
A chi servono queste cose? Mica ci si può vivere dentro un vulcano, e nemmeno ci si sale sopra. A cosa potrà essermi utile sta roba?
E poi ora che il suo piano contro Sara è pronto, non ce la farebbe a restare concentrata su altro.
Ora vuole solo sdraiarsi sul letto, ripensare a tutte le cose che ha preparato e immaginarsi le reazioni dei suoi spettatori.
Farsi i filmini mentali sul come andranno le cose è la sua parte preferita. Lì tutto è perfetto, le persone stanno al loro posto e lasciano che le cose accadano e basta.

Quella sera spera proprio che voli via in fretta.
Non ha mai desiderato tanto arrivasse mattina per tornare a scuola, mai.
E ora che lo vuole con tutta se stessa, la serata sembra non passare.

-Allora, com’è andata la giornata oggi?

Sua madre vuole chiacchierare, come sempre.
Fa sempre le stesse domande, alle quali Beatrice dà le solite risposte: bene, niente di ché, tutto ok, noioso.
In genere le alterna ad alzate di spalle e mugugni, ma solo quando ha voglia di discutere.
Ma questa sera non vuole discutere, è felice. Ha un piano per domani, ha tutto pronto.
È in fibrillazione e vorrebbe raccontare ogni dettaglio a sua madre, per sentirle dire quanto sia fiera di una mente tanto furba.
Sai mamma, ho programmato la cosa da un mese. Sì da un mese!

-E come l’hai organizzata?

Subito volevo farle delle foto mentre era nello spogliatoio. Però non avendo ginnastica insieme, mi sono dovuta ingegnare.
L’ho seguita per un po’ di volte e il materiale è piuttosto buono.

-È stato difficile raccogliere tutto?

Non troppo, è una troia, l’ho detto. Quindi si è cambiata un paio di volte nel suo giardino, ha la piscina. Si è guardata pure intorno per capire se qualcuno la guardava. Narcisista.

-Hai aggiunto anche qualcosa di tuo?

Di mio? Tipo fare una foto a lei e al professore di ginnastica.

Sarebbe davvero il massimo insinuare che tra i due ci sia qualcosa. Alla fine si accorgerebbero tutti che è vero, è proprio una troia.

-Tranquilla, tesoro, sono cerca che domani andrà tutto bene. La professoressa adorerà la tua ricerca.

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Qualche informazione su Fre

Leggo, scrivo e scrivo di ciò che leggo.
Ho aperto il mio primo blog su livejournal, è stato l'anno in cui ho indossato per la prima volta gli occhiali da vista.
Ora condivido il mio punto di vista su Parola di Quattrocchi, dove mi sento a casa anche quando tolgo gli occhiali.

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