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Era lì, ferma, immobile. Con la sua borsa stretta tra le dita, quasi a volerla proteggere da mani ladre. Mi guardava con rassegnazione.

Non so cosa si aspettasse da me, ma ero quasi sicuro che volesse dirmi qualcosa.

“Gradisce un bicchiere d’acqua? Un caffè?”

“No grazie giovanotto, è molto gentile però”.

“Si figuri, mi rammenta mia nonna e io facevo di tutto per lei”.

Quel sorriso materno, i capelli viola, risultato di un prodotto commerciale, mi ricordavano veramente mia nonna. Ma non lo era.

“Lei sa perché è qui?”

“Credo di sì, ma non ne sono sicura, qualcuno mi ha accompagnato e poi è scomparso. Ora c’è lei di fronte a me. Come si chiama?”

“Mi chiamo Alberto, mi dica qualcosa di lei”.

Ero coinvolto, e lo sapevo. Questa nonnina mi era entrata nel cuore e volevo sapere di più su di lei, prima di arrivare ad una conclusione. Ora si agitava sulla sedia, il disagio che provava a raccontare qualcosa della sua vita, era evidente.

“Vede giovanotto”

 “Alberto”.

“D’accordo giovanotto.”

“O no!”

“Vede giovanotto, la mia vita è stata, come dire, avventurosa. Tanto avventurosa da avermi lasciato delle macchie di tutti i colori dentro l’anima. Dalle più nere a quelle dorate e piene d’amore.”

“Una descrizione così, neppure Van Gogh l’avrebbe data. Ma io voglio sapere come si sente, se ricorda quello che è successo ieri, per esempio.”

“Ieri, giovanotto?”

“Ieri, ricorda?”

“Sì, ricordo che ho fatto colazione a casa e subito dopo sono uscita con la signora Elvira a far le commissioni. Ma non capisco che cosa c’entri la signora Elvira adesso.”

Alberto aveva il groppo in gola. Il sorriso in quel viso liscio e quasi trasparente nonostante l’età lo trasportava indietro nel tempo. La commozione dei ricordi si mescolava alle parole di quella estranea che aveva di fronte. Le mani che tradivano la sua età ora si torturavano in preda all’ansia. Certamente non si sentiva a suo agio, e lui doveva fare qualcosa.

“lasciamo stare la signora Elvira, ora. Ha ragione lei non c’entra nulla. Volevo chiederle il suo nome. Non me lo ha ancora detto.”

“Mi chiamo Anna, giovanotto. Ha la memoria corta, sa?”

“Mi scusi, ma con tutto il lavoro che c’è l’ho dimenticato. Mi stava dicendo che ha avuto una vita avventurosa, può raccontarla?”

“Ma sì, giovanotto, anche se io non ho mai raccontato le mie cose ad altri. Neppure allo psicologo. I miei pensieri sono solo miei, ma lei mi sembra degno di fiducia, ma forse non le dirò proprio tutto.”

“Allora, Anna, mi racconti.”

Anna lasciò per un attimo la presa sulla borsa e si sistemò con le mani le pieghe del vestito color del sole e si rimise in posizione. Mani saldamente attaccate alla borsa e sorriso stampato sulla faccia.

“Ero una bambina triste, oggi non sembrerebbe, ma lo ero. Mio padre era un padre padrone violento con mia sorella e mia madre. Per lui le donne erano tutte meretrici. Lei sa che vuol dire meretrice, giovanotto?”

“Sì, Anna, lo so. Continui.”

“A dieci anni volevo suicidarmi, la vita per me era solo rabbia e rancore sputatami dentro dagli adulti che mi avevano provocato una sorta di anoressia nervosa. Mia sorella grande si sposò e mio padre dovette cercare un altro capro espiatorio per le sue frustrazioni e pregiudizi. Finii io tra le sue grinfie. Andavo a scuola con i segni della cinghia sulle cosce. Piangevo sempre e non avendo amiche perché mio padre non me lo permetteva mi rifugiai sui libri. Così nacque la mia passione per l’avventura. Amai Giulio Verne e Edgar Allan Poe già a dieci anni. Mia madre si preoccupava solo di farmi vestire gonne corte e tacchi alti per far bella figura con i vicini. Io ero una ribelle nata, volevo solo i pantaloni e delle magliette abbondanti per nascondere un seno prominente. Questo mi ha reso ancora meno popolare nella mia famiglia.”

“Ma non c’era nessuno che la poteva aiutare?” Il cuore si stringeva sempre più. Mi sembrava di vedere quella bambina triste affogare in un mondo di indifferenza.

“No, caro ragazzo. Nella mia famiglia c’erano solo mio fratello, mia sorella e i miei genitori.”

“Suo fratello?”

“Oh, lui. Si divertiva a darmi della stupida e tirarmi schiaffi ogni volta che gli faceva piacere. Lui era come mio padre un maschilista misogino. Comunque dopo che mio padre in preda ad ira, quando avevo16 anni, tentò di strozzarmi, presi coraggi e lo minacciai, gli dissi di non toccarmi più altrimenti avrei chiamato i carabinieri.”

“Finalmente, avrà smesso spero.”

“Sì, ma cominciarono i ricatti psicologici. Mia madre si prese una brutta depressione e mio padre non mancava di ricordarmi che se era in questo stato la colpa era mia. Per fortuna mancava poco ai 18 anni e dopo anni di angherie partii con degli amici a fare un lavoro stagionale nella penisola.”

Dopo essere tornata dalla stagione, purtroppo per me, cedetti alle lusinghe dei miei genitori che mi avevano voluto di nuovo in casa. Avrei fatto di tutto per essere accettata e allora ritornai a vivere con loro e sposai un ragazzo figlio di amici di mio padre pur non essendone innamorata. Solo per meritare un po’ d’amore dai miei.

Non finì lì. Mio padre faceva di tutto per intromettersi nella mia vita famigliare. Due anni dopo nacque una bambina e dopo altri due anni un bambino. Lavoravo e avevo bisogno di qualcuno che badasse ai miei figli. Mio fratello e mia sorella mi aiutavano, sia nella mia attività che con i bambini.”

“Finalmente, qualcuno che l’aiutava.”

“E no giovanotto. Mio fratello si fregava i soldi dalla cassa dell’attività e in collaborazione con mio marito mi trattava da stupida e da schiava. Mentre io ero l’unica che sapeva portare avanti il negozio. Mia sorella che pagavo come baby sitter lasciava i bambini a mia madre ma pretendeva lo stipendio a fine mese.”

“E’ stata sfortunata ad avere questa famiglia. Mi dispiace.”

“No caro ragazzo. La colpa è stata mia. Mettiamo da parte l’infanzia dove non potevo far nulla a parte essere oggetto di violenza, ma nell’età adulta avrei dovuto tenerli lontano. Non dovevo vendermi per aver l’approvazione e l’amore che mi era dovuto. Invece li ho fatti entrare nella mia vita provocando ancora una volta angherie e sofferenza.”

“Lei è molto coraggiosa. Non tutti avrebbero sopportato cose del genere.”

“Coraggiosa. Sì dice bene. Perché non è finita. La mancanza d’amore e protezione che la mia famiglia doveva darmi, in quanto famiglia ha influenzato il modo di amare e essere amata.”

“Non toccavo i miei bambini perché non sapevo come abbracciare, non essendo mai stata abbracciata. Faticavo a trasmettere l’amore di una madre che sembrava scoppiare dentro di me. Mia madre dopo pochi anni di vita dei miei bambini mi buttò fuori casa, ah sì, perché non l’ho detto prima: la mia casa era intestata a lei e mi mandò via dicendo che non era più mia, nonostante l’avessi costruita io con il denaro del mio lavoro. Ce ne andammo in una casa in affitto. Era in campagna e lì conobbi un uomo con il doppio dei miei anni che quando non c’era mio marito mi violentava dicendomi che se non ci stavo ammazzava i miei figli. I rapporti si consumavano con una doppietta accanto a lui, dopo alcune settimane lo dissi a mio marito e andai in caserma a denunciare il fatto. Cambiammo casa e dopo qualche tempo ho divorziato: non amavo mio marito e perché la violenza mi aveva indurito. Stavo sempre cercando chi mi proteggesse e amasse come non avevo mai conosciuto. Poi ho avuto una relazione che ha ricalcato esattamente il rapporto che avevo con la mia famiglia. Lui dopo alcuni mesi di amore e dolcezza arrivò a picchiarmi, vilentarmi e insultarmi. Ero distrutta mi sentivo inadeguata a ricevere amore, ero immeritevole di rispetto e considerazione.”

“Accidenti signora mia. Quando mi ha detto che la sua vita è stata avventurosa mi immaginavo dei viaggi, non così tante violenze.” Sentivo la mia vita insignificante di fronte a tutto quel dolore raccontato con il sorriso sulle labbra da quella donna fragile e forte allo stesso tempo. I miei problemi acquisirono una luce diversa e una sorta di ottimismo verso la vita mi prese, ma dentro di me l’angoscia per quella bambina martoriata ingigantiva poco a poco.

“Io la considero avventurosa, sa non mi piace lamentarmi. Ognuno ha la sua croce e io ho avuto questa. Comunque dopo anni mi sono resa conto che avevo avuto una grandissima depressione, ma non me ne accorsi. Non mangiavo più e non dormivo. Avevo perso venti chili in due mesi. Era tanto. Grazie a una coppia di amici riuscì a sollevarmi. Lasciai il mio aguzzino che insisteva con le sue moine a tornare insieme e io nonostante fossi dipendente da questa persona, soffrivo disperatamente e piangevo ma dicevo no. Avevo ormai 37 anni e grazie a quel depravato io avevo imparato a vivere da sola. Era estremamente entusiasmante, dopo una vita dipendente affettivamente dagli altri, genitori o partner che fossero, io finalmente vivevo e mi bastavo senza soffrire, ma con una consapevolezza che non credevo d’avere. Anni dopo incontrai mio marito e con lui ebbi un figlio. Il mio bambino purtroppo si ammalò di schizofrenia e ricominciò il calvario di sofferenza, ma fu diverso. Ho imparato ad amare e abbracciare e nonostante le difficoltà io ero e sono felice. Mio figlio aveva sempre bisogno di cure affettive, tanto amore e comprensione, ma mi ha insegnato ancora molto, e dovrò imparare ancora tanto da lui. E ora sono di fronte a lei.”

“Wow mi ha lasciato senza fiato. E mi dice anche che non mi ha raccontato tutto. Chissà cosa ha vissuto.” Avevo le lacrime agli occhi. Non riuscivo a parlare e lei, Anna, se ne accorse.

“Giovanotto, non sia triste. Vede? Sto sorridendo, e non lo faccio per ….. ma perché dentro sono serena. Non si rammarichi per me.”

“Vede Anna, lei ieri ha avuto un vuoto di memoria e suo marito l’ha portata da noi. Lei è in ospedale e sta parlando con me che sono un neurologo.”

“Oh, avevo sospettato che fosse un medico, ha il camice bianco.” Dicendo questo sorrideva, aveva il sorriso del gatto sornione.

“Quindi si rende conto che è in ospedale e che è ricoverata?”

“Certamente, ma non capisco perché mi ha chiesto di raccontarle la mia vita. Oh, sì. Ora capisco. Voleva sapere se ci stavo bene con la testa.”

“Anna, mi rincuora con le sue parole. Facciamo così lei non ha nulla. Le prescrivo solo un paio di vitamine e molte giornate felici con suo marito e i suoi figli, le va?”

“Certamente Alberto. E grazie di avermi ascoltata con pazienza. Poche persone lo sanno fare.” Dicendo questo si alzò prese la sua borsa che durante il racconto lasciò andare sul pavimento, incurante dell’abbandono, e si avvicinò dandomi un bacio sulla guancia.

“Arrivederci Alberto”

“Arrivederci”

 

 

 

 Anna era ed è una grande donna. La sua vita, il suo dolore vissuto con coraggio e senza rassegnazione ma con una spinta sempre in avanti. La consapevolezza che la felicità è sempre sotto i nostri piedi, non bisogna cercarla lontano, le ha dato tanto e mi ha dato la speranza che la vita non è quella che ci propina la pubblicità, ma un’avventura del cuore che ti dà l’immortalità. Non la dimenticherò mai. Grazie Anna.

Due cose su RitaPinna

Mamma, blogger e imprenditrice mi piace catturare le immagini della natura e scrivere fantasy. Adopero il cucinare come metodo di meditazione e rilassamento. la mia fantasia va oltre ogni immaginazione e la innaffio con tanto buon caffè.

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