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Anna aveva immaginato da molto tempo quel fatidico giorno, il giorno della discussione della tesi. Presa da normali ansie, l’ultimo mese l’aveva passato a provarsi pose, vestiti, ma soprattutto a ripetere fino allo stremo quel suo discorso che tanto aveva preparato. Ancora un ultimo sforzo e si sarebbe finalmente laureata in tecnica della riabilitazione psichiatrica.

Una volta arrivato il suo turno si sedette e parlò un sacco. La sua tesi, dal titolo “spettri del disturbo narcisistico di personalità e perché la gente fa i video col cellulare ai concerti senza vergogna alcuna”, aveva coinvolto davvero tutta la commissione e i vari professori presenti pendevano estasiati dalla sua bocca. Anna quel giorno si guadagnò il massimo dei voti, la lode e una carezzina dal rettore.

Per la ragazza quella discussione così perfetta gli aveva regalato un senso di realizzazione e appagamento mai ottenuto prima. Si era laureata! Dopo tutti quei sacrifici era riuscita a diventare una dottoressa. Finalmente avrebbe potuto lavorare in un fast food vantandosi dei suoi successi accademici con i colleghi.

Dopo quel traguardo raggiunto seguirono giorni festosi, all’insegna del vino e dell’allegria. La famiglia, gli amici più stretti, il suo fidanzato Marco, tutti erano orgogliosi di lei, delle sue vittorie, delle sue speranze per il futuro. Ma soprattutto erano sicuri di quanto sarebbe riuscita nella vita a raggiungere i suoi obiettivi. Ed all’inizio tutto sembrava lasciar pensare al meglio.

Nei mesi successivi infatti, grazie ad alcune convenzioni stipulate dall’università con un famoso ospedale vicino, Anna iniziò a lavorare per alcuni centri diurni della città. Ah, che bello, il magico mondo delle cooperative. Ovviamente, un po’ per rispetto verso i paesi del terzo mondo e un po’ perché avrebbe dovuto farsi le ossa, non ricevette mai alcuno stipendio. Il primo anno gli andò pure bene, stava imparando via via sempre più dignitosamente a vivere in città senza soldi (apprendendo sofisticate tecniche scout di sopravvivenza sempre più complesse), ma le cose non potevano andare avanti così per chissà quanto tempo ancora.

Sentiva dentro di lei il bisogno di farsi pagare per il lavoro svolto e decise di tentare, dopo tutto quel tempo passato a fare la schiava, di spiegare le sue ragioni alla malvagia direttrice. Inutilmente. Venne bollata come arrogante e bandita da tutte le cooperative del regno con disonore.

Intristita da quei fatti e cacciata a male parole da quel centro diurno si sentì costretta a cambiare radicalmente vita e decise di aprire un pub assieme al suo amato Marco. Non era quello che avrebbe voluto fare, vero, ma probabilmente era la scelta migliore per il suo sostentamento e per pensare ad una eventuale futura famiglia.

Gli anni passarono veloci.

Dopo tanto duro lavoro, Anna era finalmente riuscita a prendersi casa, comprarsi un paio di vestiti nuovi, avere una vita normale e dignitosa. Una vita che purtroppo non tutti riescono ad avere. Questo la faceva sentire felice, un pochino privilegiata a dirla tutta, anche se a volte però i ricordi del passato riaffioravano prepotenti minando quella stabilità conquistata a fatica.

Ogni tanto infatti alla mente gli tornavano i ragazzi che aveva seguito con passione al centro diurno anni prima, le iniziative proposte che puntualmente la direzione bocciava, le gite fuori porta che organizzava quasi di nascosto. Eh sì, gli eventi le avevano fatto brutalmente abbandonare tutto quel mondo che aveva inseguito all’università e a volte si chiedeva come sarebbe proseguita la sua vita se avesse perseverato. In fondo gli mancavano le buffe interazioni, i sorrisi e gli abbracci dei vecchi pazienti, quelli che in maniera splendidamente superficiale e riduttiva venivano etichettati come matti.

Una sera, mentre era a cena con il suo ragazzo, introdusse l’argomento.

  • Sai che mi mancano un sacco i ragazzi?

  • Quali ragazzi? – Chiese dubbioso mascherando una punta di gelosia

  • I pazienti del centro diurno, chissà come stanno.

  • Probabilmente staranno ancora lì. Perché non li vai a trovare? Magari gli fa piacere…

  • Sì, mi piacerebbe un sacco. Quasi quasi domani ci vado…

Il giorno dopo quindi Anna passò in edicola, comprò un quantitativo elevato di giornali e riviste dai nomi imbarazzanti per poi dirigersi verso il centro diurno. E fu una grande festa per tutti i pazienti. La loro vecchia amica Anna non era stata dimenticata.

Tutti i presenti fecero a gara per salutarla, riempendola di discorsi sconclusionati e affetto raro e la ragazza riuscì solo parzialmente a trattenere la commozione. Tra infermiere imbruttite con sigarette in bocca e medici impegnati in un torneo di playstation Anna sentì quasi il bisogno di rimanere lì per il resto della mattinata e dedicare le sue parole a più gente possibile.

Una volta uscita dall’istituto Anna camminò a lungo, doveva mettere in ordine tutti quei pensieri pure un filo contrastanti che le annebbiavano la mente. Da una parte la sua nuova vita le piaceva, il pub le stava dando davvero tante soddisfazioni ma d’altro canto continuava a immaginare come sarebbe stata andata se avesse continuato a lavorare al centro diurno. Passo dopo passo arrivò confusa a casa e come prima cosa abbracciò senza dare spiegazioni il ragazzo.

  • Ho fatto come mi hai detto. Sono andata a trovare i ragazzi, avevo paura che nessuno si fosse ricordato di me e invece è stato esattamente il contrario. Mi vogliono ancora un sacco bene…

Si prese del tempo per piangere. Poi proseguì triste

  • Quei poveri ragazzi sono abbandonati a loro stessi

Il fidanzato guardava in silenzio la sua giovane amante e dentro di se sperimentava frasi da dire per darle conforto. Purtroppo non gli stava venendo in mente nulla di sensato, quindi semplicemente decise di tacere.

  • Scusa. Ora mi passa – Tentò di giustificarsi Anna, percependo imbarazzo
  • Non ti scusare – rispose il ragazzo accarezzandole il volto – forse…dovresti tornare lì…

  • Sai che non posso, adesso abbiamo un locale da gestire. Non posso più permettermi di lavorare gratis…

Seguirono minuti interminabili di sguardi negli occhi.

  • Idea, facciamo del pub un locale per matti, dedicato ai tuoi ragazzi. Li prendiamo al centro, li facciamo ubriacare a bestia e poi mandiamo il conto alla cooperativa.

Anna sorrise e Marco, fiero della burla ben riuscita, continuò…

  • Ora devo andare ad aprire. Stasera rimani a casa, di solito il mercoledì non viene nessuno.

Aveva ragione. Quella sera le vie del centro erano deserte e nel locale, esclusi un paio di ragazzini di 7 anni in cerca di alcool e metanfetamine, non era entrato nessuno. Ma a Marco poco importava. I suoi pensieri e le sue attenzioni erano rivolte esclusivamente alla conversazione avuta prima con Anna.

I due si erano conosciuti alle superiori e Marco era ben conscio di tutto il tempo passato a studiare, di tutti gli sforzi che la ragazza aveva dedicato per entrare in quel difficile e competitivo mondo senza successo. Vederla sconfitta gli faceva male e, in un modo o nell’altro l’avrebbe voluta aiutare. Ma come?

La radio passava una canzone italiana molesta e il tempo scorreva lento. Appoggiato al bancone marco si stava concedendo il lusso di una sigaretta proibita in solitaria e pensava a qualche regalo da fare alla sua amata dopo chiusura. Ci pensò parecchio ma non gli venne nulla in mente se non una simpatica gag per farla sorridere.

Marco uscì lentamente, prese la lavagnetta che stava fuori dal locale e iniziò con un gessetto a cambiare tutti i prezzi esposti. Una birra 50 euro, cocktail a 300, bruschette a 200 e così via, una serie di prezzi imbarazzanti che ovviamente non potevano essere presi sul serio. Marco rideva mentre scriveva quelle assurdità e sperava che nessuno vedesse quella scenetta tanto difficile da spiegare. L’obiettivo era scattare una foto scherzosa da mandare all’amata ed intitolarla “il bar dei matti”.

Per qualche ragione voluta dal beffardo destino, appena finito di scrivere si avvicinò un signore distinto. Salutò cordialmente, ordinò una birra e iniziò a conversare amabilmente del più e del meno. Dopo solo dieci minuti il cliente fece per andarsene, giustificando la sua fretta sussurrando qualche frase non troppo comprensibile, non prima di lasciare una banconota da 50 euro sul bancone.

Marco non se ne accorse subito. Solo una volta rimasto solo si accorse di tutta quella gentilezza. Che avesse quel cliente dal buffo accento avesse effettivamente visto la lavagnetta? Sul serio? Poteva aver creduto a quei prezzi senza farsi neanche una domanda. – ho chiamato i carabinieri per molto meno –  pensò esterrefatto. 

Il ragazzo uscì di corsa fuori dal locale, con la banconota ancora in mano e la consapevolezza di aver appena truffato un uomo. Avrebbe voluto spiegare il malinteso ma purtroppo non lo vide. In compenso però si trovò protagonista di una scena ancora più surreale.

Un corteo di persone imbarazzanti stavano correndo verso il suo pub. Bambini viziati, professionisti affermati vestiti come papponi anni 90, giovani attrici in cerca di scrittura per chissà quale film hollywoodiano. In poco più di venti minuti il locale si era riempito come mai era accaduto prima. Volavano banconote, assegni, carte di credito. Marco fece molta fatica a tenere salda la situazione e a dare un senso logico a quello che stava effettivamente succedendo. Si ritrovò a lavorare nel caos più totale come un forsennato, lui che peraltro quella sera aveva deciso di essere solo, sudando le proverbiali sette camicie e spillando, suo malgrado, a quella gente una quantità di soldi che mai aveva visto prima.

Il locale si svuotò definitivamente attorno alle 6 del mattino e, una volta chiusa a chiave la porta, crollò su una poltroncina in cerca di riposo. Dopo essersi acceso una sigaretta cercò di far mente locale su quello che era appena accaduto. Stava forse sognando? Il silenzio regnava supremo nella stanza e intorno a lui una distesa praticamente infinita di banconote di piccolo taglio a coprire quasi completamente l’arredo, Marco non avrebbe mai osato neanche immaginare una situazione del genere, soprattutto pensando a cosa l’avesse fatta scaturire. Poi realizzò che non aveva neanche avuto il tempo di fare una foto alla lavagnetta. La gag effettivamente non era riuscita. 

Però chi se ne frega. Con i soldi guadagnati quella sera Marco e Anna diedero fuoco al vecchio pub (fu l’Asl ad obbligarli. Dopo una prima analisi al suo interno vennero infatti stimati un centinaio di preservativi usati, 24 siringhe infette, una automobilina a 50 cavalli truccata e un coattello di paese svenuto dopo la seconda birra) e comprarono un gigante palazzo all’interno del centro storico dove vi realizzarono il centro diurno più bello e accogliente di tutta la regione. E vicino al centro diurno ci allestirono un bellissimo pub. Con prezzi normali.

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Due cose su Francesco

Francesco Curti nasce nel 1984 a Bracciano, paese pieno di baretti alle porte di Roma.

Cresciuto tra Master System, scout e musica punk, passa gran parte della sua adolescenza a suonare il basso nei peggiori locali della contea e a sognare un futuro da nomade digitale. Oltre a nutrirsi in maniera ingorda di tutta la cultura pop anni '80 (e un pochino di quella degli anni '90 ma giusto qualcosina perché, ricordiamoci sempre, quelli erano gli anni delle terribili boyband) che comprende film, musiche e libri di inarrivabile bellezza.
In seguito si laurea in “Lettere e comunicazione”, all'epoca andavano di moda 'sti mischioni tra facoltà che facevano tanto figo, e passa da un lavoro all'altro dimostrando una forte predisposizione al lavoro di squadra e al farsi pagare in visibilità.

Nel 2015 si concede una lunga parentesi australiana e proprio durante questa esperienza Francesco decide di narrare le sue vicissitudini attraverso un blog, diaridiburro.wordpress.com, che gli darà un sacco di soddisfazioni e lo farà litigare con un cinese.

Nel 2017 Francesco Curti va a vedere i Guns'n'Roses.

Favole felici per bimbi bravi vol.1 è la sua prima opera pubblicata. Come suggerisce il titolo stesso, Francesco sta lavorando alla seconda parte.

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