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Accadde in quella mattina d’estate, a cui ne sarebbero seguite altre, di svegliarsi, stiracchiandosi come un gatto, con i sogni ancora addormentati e gli occhi rannicchiati sul cuscino.

Da lì a poco avremmo preso la corriera per andare al mare, destinazione Lido degli Scacchi e già mi immaginavo una spiaggia a forma di scacchiera gigante dove al posto di sdraio e ombrelloni avrei trovato pedoni, torri, cavalli, alfieri, re e regine. I ferventi preparativi dello zaino la sera prima, mentre fantasticavo sulle ore a venire e ancor di più sulla corriera, avevano mandato in fumo tutti i sogni d’oro. Pazienza, tanto amavo di più i sogni di carta e per quelli bastavano occhi aperti, un finestrino sul mondo, carta e penna e un libro tra le mani. Dopo l’ennesimo invito a dormire mia zia spense la luce e così nel nero della notte mi apprestavo ad una notte in bianco.

L’effetto adrenalinico della parola – partenza – ha sempre avuto la meglio sul mio starmene ore immobile seduta a leggere o scrivere, perché credetemi non c’è niente di altrettanto affascinante di viaggiare alternando letture e scritture, nella dissolvenza di una nell’altra. La settimana prima il viaggio in treno, da Prato a Ferrara, per venire a casa degli zii e l’indomani un altro viaggio, come potevo dormire se stavo già sognando ad occhi aperti?

Ritornando a quella mattina d’estate, ricordo i rumori silenziosi della cucina, quel ronzio sommesso della radio, le mie zie che bisbigliavano sulle incombenze del giorno mentre il profumo di caffè quatto quatto era passato sotto la porta per venire a svegliarmi con un bacio sul naso.

Credo che il mio amore per il caffè, la mia inguaribile dipendenza dal suo aroma sia nato proprio quella mattina, la stessa in cui le mie labbra si posarono per la prima volta sulla tazzina e ne assaporai il gusto amaro e intenso. Non ero stata quella che si dice una bambina precoce, ho iniziato a camminare più tardi ma solo perchè amavo la vita comoda, ho iniziato a parlare più tardi perché ascoltare mi incuriosiva di più, ma ad amare il caffè ho iniziato precocemente e solo per resistenze adulte, il primo bacio non è arrivato prima.

Quella mattina di luglio fu il mio battesimo nel caffè, la tazzina tra le mani una fonte battesimale calda, dal bordo spesso e decorata con piccoli pois rossi. Da quel giorno ne ho tenute tante di tazzine tra le mani, alcune si sono rotte, altre sono andate smarrite ma conservo nelle pieghe della pelle tutti i risvegli condivisi. Ho traslocato negli anni affetti e dolori e soltanto nella luce densa, color miele d’acacia delle mattine d’estate, ritorna quella controra infinita dei ricordi.

Quelle mani che seguendo una musica muta preparavano la caffettiera; prima l’acqua, poi il filtro, poi il cucchiaino a deporre il caffè con materna dolcezza, e poi l’attesa, quell’attendere insieme i primi vagiti della moka e poi la cucina inondata dal caldo profumo di quella promessa di felicità. Ci sono giorni che mi chiedo se la promessa è stata mantenuta, sono i giorni dove l’inverno fuori stagione mi prende di spalle, a tradimento. Che poi forse, sono stata io a mancare la promessa, quella di volere essere felice, quella di avere diritto alla felicità.

Non puoi comprare i semi se non hai fatto prima un progetto dell’orto, senza decidere che cosa, quando e in che misura. La felicità è un seme prodigo ma dipende da noi, dipendeva da me. Adesso è stagione di lavori lungimiranti, nel seguire le mie inclinazioni, un solstizio d’inverno che richiede tempo, attenzione e cura. Se dovessi fallire? non avrò fatto altro che esercitare un mio diritto inalienabile come saggiamente ci ricorda la protagonista de – Il favoloso mondo di Amélie.

Pensiamo di vivere un tempo senza scelte, dove il futuro appare non edificabile ma facendo un passo indietro, solo facendo un passo indietro possiamo provare ad alterare i margini e donchisciottescamente lottare contro i mulini di parole che ci impediscono di andare per la nostra strada.

Dopo questa digressione, credo abbiate già finito il vostro caffè e lavato anche la tazzina, ma un battesimo sapete bene che richiede riflessioni, quindi riprendiamo in mano la storia e perché no anche un’altra tazzina.

Dunque, dopo il caffè e le raccomandazioni di rito, i baci e gli abbracci arrivava sempre quel – divertitevi! – a doppia voce dalle zie, che oggi rileggo come un’esortazione a vivere con gioia ogni giorno, nonostante tutto. Io e mio fratello eravamo lì perché i nostri genitori erano alle prese con l’Allegro chirurgo, la versione dove di allegro non c’era niente. Un gioco difettato che la vita mette sul tavolo attorno al quale siamo seduti e dal quale non ci possiamo alzare. Confortati da quel prezioso bagaglio che solo gli affetti sinceri sanno donare, mio fratello ed io, affidati alle cure di nostra cugina, eravamo pronti a goderci una giornata di mare.

Ora tanto per chiarire, io non andavo per il mare ma per il viaggio in corriera, che purtroppo sarebbe finito troppo presto e avrei passato volentieri la giornata da una corriera all’altra, senza pensare alla destinazione ma godendomi il mutare dei paesaggi che dal finestrino mi raccontavano storie nuove e sempre diverse. L’equazione – bambini più mare uguale divertimento – , almeno per me è sempre stata un’incognita che pur nella costanza dell’esercizio non sono mai riuscita a risolvere.

La giornata era trascorsa nel più classico dei riti, giochi sotto l’ombrellone, bagni e pranzo con i panini che le zie avevano preparato in abbondanza, forse temendo che potessimo morire di fame. Che poi quando si è fuori casa, si è talmente presi da mille cose da fare e da vedere che la fame, almeno a me, non si faceva sentire proprio.

Non era l’epoca dei cellulari, quindi due bambini e una poco più che ventenne stavano beatamente trascorrendo una giornata al mare senza che a casa sentissero l’impellente, improrogabile necessità di sapere come stavamo o ancor più cosa stavamo facendo. Erano anni quelli, dove la fiducia e la fede colmavano ogni esigenza.

Ho scritto fede con la lettera minuscola perché quella a cui mi riferisco è la fede nel genere umano, nell’umanità del singolo, che oggi insieme alla fiducia sembrano partite per terre lontane, e per l’appunto senza cellulare.

Dopo aver giocato, nuotato e giocato ancora, verso le cinque abbiamo iniziato a prendere congedo dalla spiaggia, salutando il mare e il sole. Sole che da lì a poche ore avrebbe finalmente nuotato, indisturbato tra le morbide onde, deliziandosi nella bava di vento che lo avrebbe poi asciugato prima di metterlo a letto.

Con il mare negli occhi e il sole acciambellato sulle spalle come un gatto, siamo saliti sulla corriera dove faceva un caldo insopportabile e l’aria condizionata erano i finestrini abbassati e il mix di creme solari e profumi rendeva l’aria dolciastra.

Avevo preso posto accanto al finestrino di quella serra itinerante e contavo i minuti alla partenza perché sapevo che appena il motore avesse iniziato a girare, il sipario si sarebbe aperto lasciando spazio all’immaginazione.

Arrivati a destinazione il comitato d’accoglienza, composto da un’afa insopportabile, nuvole di zanzare giustamente assetate e un odore dolciastro di canna da zucchero ci accompagnò allegramente fino a casa, dove le zie ci avrebbero nutrito e coccolato, ascoltando i nostri racconti marini.

E’ un chicco di cuore Ferrara, una tazzina preziosa che mi ha permesso la portabilità di giorni difficili, offrendomi sempre un’ansa per aggrapparmi e non cadere. Nella dignità e nel coraggio di donne che non ho potuto abbracciare abbastanza ho compreso il tempo giusto per tostare e macinare i giorni più duri, renderli polvere e comprendere che senza quei chicchi duri non avrebbe poi così sapore la vita.

Questo è il racconto di un sipario che si è aperto in una mattina d’estate, nel silenzio di una casa diversa, in una cucina diversa, in un tempo diverso, in una me diversa, mentre ripeto quei gesti, che da quell’estate ormai alle spalle, accompagnano i miei risvegli.

Talvolta fingo di dormire, sperando di sentire quelle voci bisbiglianti accompagnate dai suoni familiari in cucina.

Ogni volta fingo che sia il fumo del caffè, quel mare che bagna la sabbia negli occhi.

Dentro ogni tazzina di caffè può aprirsi un sipario.

Dietro ogni sipario va in scena una storia. La mia, la vostra.

 

 

 

 

 

Qualche informazione su unapaperaagalla

Da quando ho imparato a leggere non ho più smesso di farlo. A volte ho provato a disintossicarmi ma non ci sono riuscita perché ogni volta c'era un libro che veniva a cercarmi. Ho più amici di carta che di carne e questo a volte mi dispiace, così inizio a scrivere, sperando che tutte le parole che mi sono rimaste dentro leggendo, trovino un loro posto fuori, scrivendo.

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