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Quel giorno afoso di giugno, a bordo della Nissan grigia erano in tre: Silvia, Fulvio e Christian.
Christian, seduto nel suo seggiolino, giocava con un dinosauro giallo di stoffa, il suo preferito.
Ignaro di tutto, Christian sembrava l’unico a suo agio. Fulvio, accigliato e triste sotto gli occhiali da sole scuri, guidava in silenzio.
Il caldo era asfissiante e il condizionatore dell’auto non ne voleva sapere di funzionare. Silvia sembrava l’unica a preoccuparsene ma la tensione era troppo alta per lamentarsi e non voleva rischiare che Fulvio rompesse il silenzio che le avrebbe fatto comodo durante il viaggio. Rassegnata, aveva acceso la radio, abbassato il finestrino e allungato il braccio.
Allargava e stringeva le dita della mano destra come a voler fare passare i raggi del sole tra un dito e l’altro. Non vedeva l’ora che prendessero l’autostrada e Fulvio accelerasse per sentire il vento muoverle i capelli. Avrebbe appoggiato la mano sotto il mento e fissato il guard rail appiattirsi e mutare forma come fosse un’unica superficie liscia. Provava ad inspirare ed espirare lentamente, tenendo la mano sinistra sotto il seno, all’altezza dello stomaco. Ad ogni respiro si illudeva di sentirsi più leggera.
Erano settimane che si chiedeva se scappare dall’altra parte del mondo fosse la scelta giusta ma poi si era detta che nessuno può davvero dirlo. Chi può stabilire cosa è giusto e cos’è sbagliato? Se non noi stessi nel momento esatto in cui facciamo quell’esperienza.
Ciò su cui era certa era il fatto che nessuno della sua famiglia era dalla sua parte, credevano tutti che stesse commettendo una pazzia e temevano che quando se ne fosse accorta, sarebbe stato troppo tardi.
La mamma temeva che Fulvio non le avrebbe fatto più vedere Christian ma lei sdrammatizzava dicendole che Fulvio non le avrebbe mai fatto una cosa del genere.
In fondo cosa sono dodici mesi?
Sarebbero passati in fretta, talmente in fretta che Christian non avrebbe neppure avuto il tempo di accorgersene, almeno questo era ciò che ripeteva a se stessa.

Quella mattina Fulvio non le aveva preparato la colazione come era solito fare. Aveva bevuto il caffè in solitudine, in piedi, in balcone, e fumato in fretta tre sigarette, accendendole una dopo l’altra. Silvia non sapeva nemmeno avesse ricominciato.
Quando era arrivato il momento di andare all’aeroporto, Fulvio aveva preso in braccio Christian e si era avviato in garage. Fulvio voleva che a chiudere la porta di casa fosse Silvia. Voleva che restasse da sola, che si guardasse intorno e magari cambiasse idea, in preda ai rimorsi e alla paura di perdere tutto, prima di tutto se stessa.
Silvia li vide andare via e chiudersi la porta alle spalle. Subito il silenzio si impossessó della casa. Si udiva solo l’orologio a pendolo di sua nonna che troneggiava nell’ingresso. Decise di non perdere tempo. Prese le chiavi di casa dalla borsa, e con lo sguardo basso chiuse la porta blindata.
Scese le scale ed aprì il portone. Fulvio non la stava aiutando a sistemare le valigie nel bagagliaio, e lei sapeva che in quel bagagliaio non stava riponendo solo le due valigie ma anche le sue speranze, le sue paure e le sue domande.
In quei secondi le stava passando tutta la vita davanti ma non voleva rinunciare a quel viaggio. Credeva fosse meglio invecchiare collezionando rimorsi piuttosto che rimpianti.

Silvia e Fulvio si erano conosciuti in vacanza a Malta. Entrambi di Roma si erano piaciuti e avevano fatto l’amore.
Nessuno l’aveva mai guardata in quel modo. Nessuno l’aveva mai stretto in quel modo.
E il giorno dopo lo fecero di nuovo, e il giorno dopo ancora e ancora. L’ultimo giorno di vacanza di Silvia, si erano scambiati i numeri di cellulare, con la promessa di rivedersi a Roma.
Erano passate sei settimane e nessuno dei due aveva chiamato l’altro.
Fulvio era tornato al lavoro, e Silvia al liceo.
Silvia quell’anno avrebbe avuto gli esami di maturità e avrebbe fatto bene ad impegnarsi. Intanto, si sentiva sempre stanca, affamata, aveva dolori alla schiena, e sentiva il seno gonfiarsi.
Ne parlò con sua cugina Benedetta, che le consigliò di comprare un test di gravidanza. Così fece e scoprì di aspettare un bambino. Non aveva dubbi che il padre fosse quel ragazzo biondo e bellissimo di Roma conosciuto a Malta.
Lo chiamò, lui rispose al secondo squillo e si diedero appuntamento in un bar del centro. Non fu facile raccontargli tutto senza piangere. Fulvio l’aveva abbracciata forte e le aveva detto che lo avrebbero tenuto.
Silvia partorì appena finiti gli esami.
Fulvio amava Silvia e amava Christian. Dopo la vacanza non l’aveva cercata ma non l’aveva nemmeno dimenticata. Vivevano in un piccolo appartamento in una periferia di Roma e ogni giorno Fulvio tornava a casa con una rosa, un pacco di cioccolatini o un gioiello.
Ma più Fulvio si legava a lei, più Silvia si allontanava. Voleva bene a Christian ma allo stesso tempo pensava che quel bambino le avesse tolto tutto. Quando i medici le avevano detto che non avrebbe potuto allattarlo, si era sentita sollevata.
Voleva che quel bambino crescesse in fretta e lei potesse tornare a badare a se stessa. E mentre le serate con gli amici si diradavano, Silvia si sentiva sempre più sola e infelice, tanto che arrivò iI giorno in cui Fulvio non potè più ignorare la sua infelicità.
Una sera litigarono ferocemente. Fulvio continuava a chiederle cosa le impedisse di essere felice, e desiderava che si sforzasse di esserlo. Era disposto a tutto pur di vederla sorridere.
Sua madre avrebbe potuto badare al bambino e lei avrebbe potuto lavorare. I soldi erano pochi e Silvia non poteva chiederli nemmeno a suo padre perché stava già aiutandoli con l’affitto della casa. Era arrivato il momento di cominciare a guadagnare.
Silvia in lacrime gli disse che le sarebbe piaciuto viaggiare. La sua migliore amica avrebbe trascorso un anno in Australia dai suoi zii prima di decidere cosa fare della sua vita. Silvia voleva vedere il mondo ma non poteva chiedere a Fulvio di abbandonare tutto e seguirla. Fulvio le chiedeva di pensare a Christian e dove trovasse il coraggio di essere tanto egoista ma Silvia non si sentiva cosí, voleva solo indietro la sua vita. Fulvio sapeva che era inutile contraddirla. Da quando si erano ritrovati non le aveva più rivisto la luce negli occhi che l’aveva fatto innamorare ma lei non aveva mai parlato di aborto e lui si era illuso che quel bambino avrebbe reso felici entrambi. Tuttavia ora era sul punto di ricredersi.
Sperava almeno che Silvia scegliesse una meta europea, così avrebbero potuto vedersi nei fine settimana, non si aspettava “Australia” come risposta.
“E noi, Christian ed io?” continuava a chiederle Fulvio, ma era chiaro che Silvia non avesse una risposta per lui.
Nei giorni successivi evitarono l’argomento. Fulvio era diventato silenzioso e aveva smesso di tornare a casa con fiori e cioccolatini. Non poteva lasciarla andare ma non poteva nemmeno sopportare che odiasse la sua vita.
Una domenica pomeriggio, aveva preso la decisione più coraggiosa della sua vita e le aveva comprato un biglietto aereo, destinazione Australia, a patto che tornasse entro dodici mesi.
Il lunedí mattina, Silvia lo aveva trovato sul tavolo insieme ai pancakes che Fulvio si era svegliato presto per preparare. Gli aveva gettato le braccia al collo.

Il giorno era arrivato. Christian guardava fuori dal finestrino curioso, Fulvio a pezzi si chiedeva come si sentisse Silvia. Arrivati all’aeroporto, Fulvio scese per primo dalla macchina. Se avesse potuto, sarebbe scappato lui ma non poteva. Doveva restare per Christian.
Silvia aveva promesso che sarebbe tornata entro dodici mesi ma non c’era momento in cui Fulvio non fosse preoccupato che questo non succedesse.
E se capisce che desidera restare in Australia?, si chiedeva tutte le notti mentre fingeva di dormire, ma aveva deciso che avrebbe corso il rischio. Era pazzo di Silvia e avrebbe messo la faccia sua sotto i piedi suoi pur di realizzare ogni suo desiderio e vederla ridere di felicità.
Silvia rimase qualche secondo a fissare Christian prima di mandargli un bacio con la mano.
Avrebbe voluto amarlo ma sentiva che doveva imparare ad amare prima di tutto se stessa, era la promessa che si era fatta, un promemoria per il viaggio.
Scese dalla macchina, Fulvio tirava su col naso.
Gli si avvicinò e lo abbracciò. Non lo stringeva così dalle notti di Malta.
Una lacrima scese sulla guancia di Fulvio, Silvia avrebbe voluto dirgli qualcosa ma non lo fece.
Mentre si allontanava, di spalle, sentiva lo sguardo di Fulvio addosso. Non si voltò e dopo pochi passi scomparve tra la gente.
Fulvio mise in moto la macchina e sfrecciò via, Silvia lo guardava dall’ascensore trasparente che la stava portando al piano delle partenze, piangendo.
Lei, che fino a quel giorno sembrava non provare più nulla stava finalmente piangendo.
Fulvio ti amo, sussurrò a bassa voce.

Qualche informazione su Vale

Sono una lettrice compulsiva e book blogger che ha finalmente deciso di cimentarsi con la scrittura. Amo i libri, i tramonti, il mare, le sere d'estate e sono appassionata di cucina e fotografia.
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