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“il soffitto non parla” continuava a ripetere Francesca come un mantra mentre sdraiata nel letto dove si era rifugiata da giorni per alzarsi solo per andare in bagno, bere acqua e sforzarsi di mangiare qualcosa, dopo che il fidanzato l’aveva lasciata con un discorso breve e confuso. Era anche senza lavoro, la società dove lavorava da sette anni, era fallita. Ripensa a quell’incontro di qualche giorno fa con la sua compagna di scuola che non vedeva dall’anno che l’Italia fu campione del mondo sotto il cielo di Berlino. “Sono stata un mese a Londra, ho fatto un corso d’inglese e ho dormito in casa di una famiglia” diceva Sonia con la voce piena di nostalgia. “Dovrei andare a Londra, mi farà solo bene. Ma come faccio a lasciare tutto? Lasciare cosa? Non ho un lavoro e neanche un fidanzato, ho questa casa dove vivo ancora con i miei genitori, solo loro dovrei lasciare, ma per un mese si può fare. Perché non chiamo Sonia per chiedere il numero di telefono della scuola e della famiglia? Ho paura, paura della solitudine, di una lingua che ricordo solo frasi semplici”, pensieri confusi nella mente di Francesca interrotti dall’arrivo di un messaggio di Sonia “Ci vediamo per un aperitivo?”. Francesca chiama Sonia, è un fiume in piena di domande, si scusa per non uscire con lei, ma trova il coraggio di chiedere i contatti telefonici.

L’accompagnano i genitori all’aeroporto, sono felici perché sono certi che a Francesca un mese a Londra l’aiuterà a iniziare a sorridere nuovamente. È dura arrivare a Victoria Station con un treno preso all’aeroporto, acquistare un biglietto della metropolitana per una destinazione che non trova, chiede come arrivare a Lewisham, non capisce cosa gli rispondono, vorrebbe prendere un taxi ma costa 110 sterline e Francesca non può permetterselo, prendi il treno gli dice il taxista. È confusa, ha solo voglia di piangere, non sa muoversi tra i trenta binari di questa stazione, ce  la fa ad arrivare dopo tre ore anche se poi imparerà che da Victoria station per andare a casa sarà solo mezz’ora, in quella famiglia che la stava aspettando con due bimbi piccoli. Fanno tante domande mentre sono seduti tutti intorno a un tavolo, Francesca sorride, e continua a sorridere per nascondere il rossore che le copre le guance perché non capisce quasi nulla. E poi il primo giorno a scuola, sconosciuti che diventano amici, numeri di telefono da aggiungere in rubrica, parole nuove che entrano nella sua bocca, strade che diventano abitudini, emozioni appena sfornate che entrano nel cuore, la voglia di vivere che ritorna, le risate scoppiettanti come i popcorn lungo il Tamigi con Ramon conosciuto alla fermata del bus notturno e la voglia di non ripartire, di rimanere a Londra, il suo sogno di lavorare negli alberghi che batte forte dentro al cuore come l’amore per Ramon. Io resto a Londra dice al telefono ai suoi genitori.

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